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La guerra del Kosovo

BERNARDO VENTURI
Articolo pubblicato nella sezione Capire i conflitti, praticare la pace. L’esperienza di "Rondine": Serbia e Kosovo.

Scheda paese



Repubblica del Kosovo
Nomein albanese Kosovë/Kosova; in serbo Косово и Метохија (pron. Kosovo i Metohija)
CapitalePristina (Prishtine, Prishtina)
GovernoRepubblica parlamentare sotto Protettorato Internazionale UNMIK
LinguaAlbanese e serbo (ufficiali)
Area10.887kmq
Popolazione1.859.000 (stima luglio 2014)
Età media27,8 anni
Disoccupazione giovanile(15-24) 55,3% (2012)


Sono passati 15 anni da quando la Nato decide di intervenire in Kosovo contro la Serbia guidata da Slobodan Milošević. La dissoluzione della Jugoslavia è ai suoi stadi finali. La lacerazione della prima metà degli anni novanta non è bastata, c’è un epilogo ancora da scontare. Le immagini di Sarajevo assediata e dell’impotenza delle forze di peacekeeping Onu sono vive nelle menti dei governi e di tanti cittadini europei che tutto vorrebbero tranne che trovarsi a rivivere qualcosa di simile a quegli eventi. C’è un senso d’impotenza che aleggia per l’Europa. La fine della guerra fredda aveva lasciato intravedere la possibilità di gestire e superare la maggior parte dei conflitti violenti. Ma proprio l’ex Jugoslavia, nel cuore dell’Europa, ha riportato tutti coi piedi per terra sulle difficoltà di prevenire le guerre.
In quel finale degli anni novanta le scelte discriminatorie di Milošević verso la popolazione kosovaro-albanese raggiungono livelli che i governi occidentali non si sentono più di sopportare. Una nuova vena interventista vive nelle cancellerie ed è teorizzata da più angolature. Azione umanitaria, operazione di pace, guerra giusta sono tra i principali concetti elaborati per sostenere un intervento internazionale e allargano la strada per un ripensamento della sovranità statale e per un “nuovo umanitarismo militare”. I diritti umani riemergono come perno di un dibattito acceso e incentrato quasi esclusivamente sugli aspetti legali, con il Consiglio di Sicurezza bloccato, ancora una volta, dai veti.
Non sono pochi, però, gli studiosi e intellettuali che vedono nel possibile intervento in Kosovo un sopruso da parte dell’occidente, una nuova volontà di potenza, una violazione del diritto internazionale, uno spirito tutt’altro che umanitario e, infine, anche un modo per rilanciare l’Alleanza Atlantica, nell’ottica del pieno superamento di una prospettiva di mera difesa territoriale. Chi è più attento alle dinamiche di prevenzione dei conflitti mette in luce anche come il confitto in Kosovo non sia nato alla fine degli anni novanta, ma una decade prima e sarebbe stato possibile prevenirlo. La Transnational Foundation for Peace and Future Research, per esempio, già nel 1992 pubblica un articolato documento intitolato Prevenire la guerra nel Kosovo.


Le radici della guerra

Dopo la prima guerra balcanica del 1912, il Kosovo è annesso alla Serbia e sei anni dopo entra a far parte della Jugoslavia. Nel 1941 è unito all’Albania sotto l’egida italiana. La vittoria di Tito in Jugoslavia riporta il Kosovo alla Serbia, con lo status di regione autonoma. Tito dà voce alle richieste di autonomia da parte degli albanesi del Kosovo e nel 1974 concede una nuova Costituzione che riconosce alla provincia il carattere di «elemento costitutivo della Federazione», la legittimità di un autonomo governo locale e l’istituzione della bandiera. Tale Costituzione non è vista favorevolmente dalla minoranza serba e, nel corso degli anni ottanta, crescono i contrasti fra i due gruppi etnici e lo sviluppo del nazionalismo.
Nel marzo del 1989, infatti, l’escalation del conflitto muove i primi passi quando l'autonomia della provincia prevista dalla Costituzione è revocata su pressione del governo serbo. A ruota, è revocato anche lo status di lingua ufficiale dell’albanese-kosovaro e cominciano le discriminazioni etniche nei posti di lavoro pubblici, dai funzionari amministrativi ai docenti universitari.
In risposta, dal 1989 al 1995 la maggioranza della popolazione d'etnia albanese del Kosovo mette in atto una campagna di resistenza nonviolenta sotto la guida di Ibrahim Rugova, presidente della Lega democratica del Kosovo (LDK). Nel 1991 si costituisce infatti uno stato albanese parallelo, guidato dallo stesso Rugova e, dopo un referendum, viene proclamata la Repubblica del Kosovo, riconosciuta però a livello internazionale solo dall’Albania.
Nel 1995 le forze kosovare si disuniscono e, in contestazione alla resistenza nonviolenta di Rugova, prende vita un movimento che accetta l’uso della violenza, e dal quale nasce l’Esercito di liberazione del Kosovo (UÇK), che, alla fine del 1997, controlla fette di territorio sempre più estese. In risposta, Milošević autorizza una feroce campagna repressiva, con stragi e deportazioni compiute dalle milizie serbe e da truppe paramilitari, cercando di colmare l’inadeguatezza numerica che non permette il controllo di tutto il territorio. Il fallimento di affrettati negoziati – in cui spicca Rambouillet – determina l’inizio dell’attacco Nato contro la Jugoslavia il 24 marzo 1999. I bombardamenti continuano incessanti per settimane, mentre a terra si consuma l’inferno e le maggiori violenze serbe avvengono proprio durante l’intervento della Nato. A giugno, quando anche la popolazione serba scende in piazza contro Milošević, Belgrado accetta il piano di pace proposto dai paesi del G8. Si conclude così la prima guerra senza interventi di terra e senza perdite da parte di una delle due parti, almeno fino agli effetti ritardati e devastanti delle armi caricate con uranio impoverito.


Verso l’indipendenza

La risoluzione 1244 dell’ONU definisce il Kosovo sotto il controllo provvisorio di un organismo internazionale, l’United Nations Interim Administration Mission in Kosovo (UNMIK). L'etnia albanese è ormai prevalente in quasi tutto il Kosovo, con l’eccezione di alcune enclavi e di Mitrovica a nord. Come spesso accade, la guerra porta a un ribaltamento delle discriminazioni che ora colpiscono i serbi rimasti. Sullo status del Kosovo si apre una lunga trattativa e la mediazione Onu con Martti Ahtisaari non raggiunge nessun risultato significativo: la Serbia rimane per la sovranità sulla provincia, mentre i kosovari ambiscono alla piena indipendenza.
Il 16 febbraio 2008 l'Unione Europea approva l'invio di Eulex in Kosovo, la più ampia missione civile internazionale mai dispiegata dall’Ue. Eulex affianca e in gran parte sostituisce la missione Unmik. La missione, ancora in corso, ha l'obiettivo di sostenere le autorità kosovare nel mantenimento della sicurezza e dell'ordine pubblico, nel settore doganale e nell'amministrazione della giustizia.
Il giorno dopo, il 17 febbraio 2008, il Parlamento di Pristina approva la dichiarazione d'indipendenza del Kosovo. Il discorso pronunciato dal premier Hashim Thaçi fa riferimento a una Repubblica democratica, secolare e multietnica, guidata da principi di non discriminazione e uguale protezione da parte della Legge. A ruota, il governo serbo dichiara illegittima la dichiarazione.


Il Kosovo oggi

Lo status giuridico del Kosovo non è univocamente condiviso: riconosciuto come stato da 108 dei 193 paesi delle Nazioni Unite (tra cui 23 dell'Unione europea), non lo è da altri 51 stati membri. La Serbia, dal canto suo, lo considera come sua Provincia Autonoma, alla pari della Vojvodina nel nord. Cina e Russia spiccano tra gli stati che non riconoscono l’indipendenza del Kosovo. Anche la Corte Internazionale di Giustizia si è espressa sulla dichiarazione d'indipendenza del Kosovo il 22 luglio 2010 affermando che non viola il diritto internazionale generale e non ha violato la Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Sul terreno, la situazione rimane complessa, in particolare nella zona di Mitrovica, sulla quale si sono concentrati gli scontri e i dibattiti degli ultimi anni, per quanto la strada da percorrere verso l’Unione Europea potrebbe sempre più ammorbidire la posizione del governo serbo.



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