Forse ha ragione Chateaubriand quando scrive che i nomi di Gerusalemme evocano altrettanti misteri, colpiscono l’immaginazione e inducono a pensare che tutto debba essere straordinario in questa straordinaria città. Ma certo davvero straordinario è stato l’abbraccio tra il Papa, l’ex segretario generale del Centro islamico argentino Omar Abboud e il rettore del Seminario rabbinico latinoamericano Abraham Skorka. Straordinario un gesto che rientra nella cordialità dei rapporti tra persone che si conoscono da tempo e hanno scambiato pensieri, opinioni, e, forse, anche sogni. Straordinario proprio perché compiuto davanti a uno dei luoghi santi dell’ebraismo, quel Muro Occidentale che a Gerusalemme accoglie, nelle fessure tra le pietre, messaggi e preghiere dei fedeli nella Torah. Ancora, perché è stato l’abbraccio tra appartenenti alle tre religioni monoteiste che hanno in Abramo il padre comune.
Si può certamente partire da qui per parlare del rapporto tra le religioni e Francesco; un rapporto che ha la memoria degli anni vissuti a Buenos Aires dall’arcivescovo Bergoglio, ma che, soprattutto, trova negli atteggiamenti del Papa “venuto quasi dalla fine del mondo”, nel suo proporsi in umiltà, uno stile nuovo, aperto al mondo, capace di superare antiche, e nuove opposizioni: è un Papa che non ha bisogno di illustri divulgatori, e sapienti interpreti del suo pensiero, perché nella sua semplicità raggiunge tutti, senza per questo eludere i problemi reali. Vive nella piccola stanza a Santa Marta, abroga il rituale del Capo di Stato, si muove con una vettura modesta, una utilitaria; ha trasformato il Vaticano nella sua parrocchia e da parroco celebra, prega, ascolta, ringrazia.
D’altra parte Jorge Mario Bergoglio è il primo Papa del post Concilio: è ordinato, infatti, quattro anni dopo la conclusione del Vaticano II. Dell’assise conciliare ha vissuto l’elaborazione culturale, teologica e pastorale che si è sviluppata negli episcopati del continente latinoamericano; ne ha studiato i testi, e ha partecipato all’elaborazione di un percorso che porterà le chiese dell’America del sud a dare vita ad appuntamenti significativi quali le conferenze di Medellin del 1968, Puebla, 1979, e, via, via fino ad Aparecida del 2007, quando proprio l’arcivescovo Bergoglio è nella commissione per la stesura del messaggio e del documento conclusivo, lo stesso che consegna, da Papa, ai capi di Stato e di Governo latinoamericani, in visita in Vaticano. Sono gli anni in cui, nel continente, si levano le voci di vescovi quali dom Helder Camara, Oscar Arnulfo Romero, Antonio Quarracino, Eduardo Pironio. Anni in cui la Teologia della liberazione, portata avanti da Gustavo Gutierrez e Leonardo Boff, si radica nel territorio e tra gli stessi sacerdoti.
Si porta dietro tutto questo Jorge Mario Bergoglio, quando succede al cardinale Quarracino nella guida dell’arcidiocesi della capitale argentina, quando è eletto successore del primo Papa che sceglie liberamente di rinunciare al ministero petrino; ed è proprio grazie a tutto questo che può costruire uno stile nuovo di dialogo con le altre fedi.
La scelta di avere come compagni di viaggio in Terra Santa i due amici argentini di diversa religione ne è una testimonianza: più che consiglieri, sono due persone che hanno condiviso, e continuano a farlo, l’utopia di Bergoglio, di una chiesa capace di dialogare con le altre confessioni, senza vivere complessi di inferiorità o, peggio, senza costruire muri di incomunicabilità. Di più, a Gerusalemme c’è anche il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, il vescovo che nel mondo Ortodosso ha una primazia d’onore sugli altri leader delle chiese ortodosse autocefale. Bartolomeo I, è appena il caso di ricordarlo, è stato anche il primo patriarca a prendere parte alla liturgia di inizio pontificato di un Papa, Francesco, diventando così anche il primo arcivescovo ortodosso a riconoscere liturgicamente, dopo lo scisma del 1054, il ruolo del vescovo di Roma per il cristianesimo e quindi anche per le chiese che si riconoscono nell’ortodossia.
Sappiamo che negli anni questa sua primazia ha vissuto difficoltà e contrattempi, sia nel campo politico – scarsa attenzione da parte delle autorità turche – sia in quello religioso – con il patriarca di Mosca e di tutte le Russie, soprattutto il predecessore di Kirill, Alexjei scomparso pochi anni fa, che ha fatto di tutto per diminuirne il potere, legandolo allo scarso numero di fedeli del patriarcato di Istanbul.
Forse è proprio il viaggio in Terra Santa, questo fare memoria dell’abbraccio tra Paolo VI e il patriarca Atenagora, cinquanta anni dopo, proprio a Gerusalemme, che descrive un nuovo momento nel dialogo tra il Papa cattolico e il Patriarca ortodosso, «un nuovo, necessario passo sul cammino verso l’unità alla quale soltanto lo Spirito Santo può guidarci: quella della comunione nella legittima diversità», come si legge nella dichiarazione comune che Francesco e Bartolomeo hanno firmato a Gerusalemme il 25 maggio 2014. Cosa ci si può aspettare da questo nuovo inizio? Sicuramente un’accelerazione del processo di dialogo tra le due chiese. E i segnali in tal senso ci sono. Il metropolita Ioannis Zizioulas, co-presidente della Commissione internazionale di dialogo tra cattolici e ortodossi, sottolinea, ad esempio, l’attenzione che Papa Francesco mette nel proclamarsi innanzitutto vescovo di Roma, e nell’evidenziare l’idea di sinodalità: «se si cammina nella via suggerita da queste due coordinate – comprendersi primariamente come vescovi e riconoscere la sinodalità della Chiesa – io credo che sarà molto facile per ortodossi e cattolici incontrarsi nell’unità sacramentale come fratelli in Cristo». Non solo alleati, dunque, in strategie culturali, come la difesa del creato, e battaglie etiche, ma qualcosa in più.
La possibilità di un avvicinamento a Mosca è stato un punto centrale della politica estera di Benedetto XVI. E questo grazie alle buone relazioni tra Papa Ratzinger e il patriarca Kirill. Il giorno dopo l’elezione di Jorge Mario Bergoglio a successore di Pietro, il “ministro degli esteri” del patriarcato di Mosca, il metropolita Hilarion, in una dichiarazione affermava: «abbiamo fiducia nel fatto che le relazioni tra le nostre Chiese si rafforzino ulteriormente. Papa Francesco ha espresso in diverse occasioni la sua profonda simpatia nei confronti della Chiesa Ortodossa russa e il suo desiderio di stabilire contatti diretti». È un dato di fatto che nella sua vecchia diocesi di Buenos Aires il Pontefice abbia visitato in diverse occasioni la cattedrale ortodossa. Hilarion ha inoltre auspicato un nuovo incontro tra il Papa e Kirill, sottolineando proprio le «buone relazioni e di fiducia con la comunità ortodossa argentina». I buoni rapporti coltivati in terra latinoamericana sono, dunque, un ottimo biglietto da visita per il primo Pontefice gesuita: altro elemento da non mettere in secondo piano. La chiesa ortodossa guarda a Papa Francesco con rinnovato interesse, ricordando che ogni anno l’allora cardinale Bergoglio partecipava alla liturgia del Natale, il 7 gennaio. Lo ricorda il vescovo Giovanni che a Buenos Aires guida la comunità della diaspora russa. Eccellente anche il rapporto del cardinale Bergoglio con la chiesa greco cattolica, della quale è stato anche vescovo incaricato, prima di venire a Roma per il Conclave del 2013.
La scelta di Bartolomeo di riproporre, cinquanta anni dopo, l’abbraccio ecumenico tra le due comunità, avviene alla vigilia del processo per la celebrazione, nel 2016, del Concilio panortodosso, ovvero di tutte le chiese ortodosse, proprio nella città del patriarca ecumenico, cioè Istanbul. Certo si tratta di una strada in salita dopo decenni di progetti e di fallimenti; molte le incognite, dunque, dal ruolo della chiesa ortodossa russa, da sempre in rivalità con il patriarcato ecumenico e con le chiese autocefale che sono in comunione con Costantinopoli, alle questioni di politica estera del Cremlino: le vicende in Ucraina, in Medio Oriente, in Siria, dove le scelte del presidente Putin rischiano di creare non pochi imbarazzi al patriarcato moscovita, proprio nel dialogo con i fratelli ortodossi. È certo comunque che ci troviamo di fronte a un tempo di cambiamenti, e di dialogo. E non si fa fatica a dire che la prospettiva sembra essere più che positiva.
L’immagine dell’abbraccio a Gerusalemme tra il Papa e i due amici argentini davanti al Muro Occidentale, ci porta a riflettere sui rapporti con le altre due religioni monoteiste: l’Ebraismo e l’Islam. Per Papa Francesco il documento base di questo incontro è la dichiarazione del Concilio Vaticano II del 28 ottobre 1965 dal titolo Nostra aetate. Per la prima volta la chiesa cattolica guardava alle altre religioni riconoscendo in esse un “raggio di quella verità” che è la vera luce per tutti gli uomini e le donne del mondo. Partiamo proprio dal testo della Dichiarazione, là dove afferma che la chiesa «esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non cristiane. Nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa esamina innanzitutto tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino».
Un passo decisivo nell’avvicinamento tra ebraismo e cattolicesimo è stato compiuto da Giovanni Paolo II, con la visita alla Sinagoga di Roma: ci sono voluto duemila anni per compiere quei pochi chilometri. Ma da allora si sono moltiplicati gli aspetti positivi nel dialogo. Sullo sfondo c’è sempre la questione dei cosiddetti silenzi di Pio XII, nonostante i tanti atti concreti a favore del popolo ebraico compiuti da Papa Pacelli e dalle comunità cristiane in quegli anni di follia razziale. Papa Ratzinger, nella sua visita al mausoleo dell’olocausto, lo Yad Vashem, che vuol dire un luogo un nome, ma ancor prima nel suo discorso pronunciato ad Auschwitz ha dato un forte contributo al dialogo con i “fratelli maggiori”, pur nelle difficoltà di un processo che ha conosciuto e conosce rallentamenti se non proprio ostacoli. Come la vicenda del vescovo tradizionalista Richard Williamson, cui il Papa toglie la scomunica assieme agli altri tre vescovi lefebvriani, autore di affermazioni negazioniste dell’olocausto.
Francesco si affaccia alla scena internazionale con uno stile che nel mondo ebraico viene guardato con una certa attenzione. Così come le sue affermazioni dedicate al rapporto fra cattolici ed ebrei e contenute nella risposta, consegnata al quotidiano la Repubblica, alle domande di Eugenio Scalfari. Francesco ribadisce che «mai è venuta meno la fedeltà di Dio all’alleanza stretta con Israele»; ancora, nonostante le terribili prove attraversate gli ebrei «hanno conservato la loro fede in Dio». Di più, proprio questa fedeltà è indicata dal Papa agli stessi cristiani, quando dice gli ebrei richiamano anche «noi cristiani al fatto che siamo sempre in attesa, come pellegrini, del ritorno del Signore», e che dobbiamo per questo essere sempre aperti a lui e «mai arroccarci in ciò che abbiamo già raggiunto».
Da parte ebraica si sono via via moltiplicati i giudizi positivi verso Papa Francesco. Di lui il Jerusalem Post ha ricordato il ruolo “cruciale” svolto dal cardinale Bergoglio nel mantenere su una linea positiva i rapporti tra cristiani e ebrei; ha sottolineato, tra l’altro, sia le citazioni di testi rabbinici nel corso dei suoi discorsi, sia la sua presenza, da arcivescovo, in occasione di feste ebraiche. Particolare apprezzamento è stato rivolto al suo impegno e sostegno alla comunità ebraica in occasione dell’attacco del 1994 all’AMIA – l’Asociaciòn Mutual Israelita Argentina – della capitale argentina, che causò 85 morti e centinaia di feriti: è stato il più sanguinoso attentato di questo genere in tutta la storia dell’Argentina.
Lo stesso rabbino David Rosen, che accoglierà Francesco al Muro Occidentale e sarà in Vaticano per la Giornata di preghiera con Shimon Peres e Abu Mazen, ha voluto sottolineare il ruolo importante avuto da Bergoglio in occasione della terribile esperienza del 1994 e lo ha definito come «un uomo caloroso, dolce e modesto». «Francesco non ci è estraneo» ha detto il presidente del World Jewish Congress Ronald Lauder, «e negli ultimi anni ha partecipato a numerosi incontri interreligiosi organizzati dal Wjc e dalla sua sezione per il Latino America. È un uomo di esperienza, una persona di larghe vedute, un uomo di dialogo, che sa costruire ponti con le altre fedi». Interessante notare che Lauder ha voluto mettere in evidenza anche il lavoro prezioso svolto da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, dicendosi convinto che Papa Francesco continuerà sulla stessa linea.
In Italia è il presidente delle Comunità ebraiche Renzo Gattegna a sottolineare, negli auguri per l’inizio del Pontificato, che la sua azione possa portare pace e fratellanza all’umanità intera; di qui l’augurio che «la collaborazione reciproca iniziata con i Papi che hanno guidato recentemente la Chiesa possa continuare».
Né può passare in secondo piano lo scambio di messaggi tra il Papa e il Rabbino capo della Comunità di Roma, Riccardo Di Segni. Francesco lo invita alla messa d’inizio pontificato il 19 marzo dello scorso anno, dicendo di voler contribuire «al progresso che le relazioni tra ebrei e cattolici hanno conosciuto a partire dal Concilio Vaticano II, in uno spirito di rinnovata collaborazione e al servizio di un mondo che possa essere sempre più in armonia con la volontà del Creatore». La risposta del Rabbino Di Segni è molto più di un semplice augurio: «che possa guidare con forza e saggezza la Chiesa cattolica per i prossimi anni. I rapporti della chiesa con la comunità ebraica di Roma e il dialogo con l'ebraismo hanno compiuto dei passi importanti. La speranza è che si possa proseguire il cammino nel segno della continuità e delle buone relazioni». Un ulteriore gesto nella strada del dialogo è stato l’invito, formulato lo scorso 19 giugno, a visitare la Sinagoga di Roma, come già fecero Papa Wojtyla e Benedetto XVI. Nella memoria ci sarà anche quel gesto ripetuto dai Papi di mettere il foglietto con una preghiera tra le fessure delle pietre del Muro Occidentale a Gerusalemme. Francesco, nel suo recente viaggio in Terra Santa, ha voluto lasciare, segno non privo di grande significato, la preghiera del Padre Nostro scritta di suo pugno in spagnolo.
Il Viaggio in Israele e nello Stato della Palestina ha avuto momenti importanti in quel lento processo che è il dialogo con le altre due religioni monoteiste, là dove politica e fede spesso si confondono e si sovrappongono. I gesti di fermarsi in silenziosa preghiera davanti al muro di separazione tra i due stati, appoggiano la mano e la fronte sul nudo cemento, o il fermarsi a pregare là dove un lungo elenco di nomi ricorda le tante vite israeliane spezzate dal terrorismo, sono momenti che di quel viaggio fanno un unicum.
Viaggio del primo Papa che sceglie il nome del poverello di Assisi, il primo che, proprio recandosi in Medio Oriente, prova a tracciare un ponte di incontro fra le religioni: è in occasione della quinta crociata, 1291, che Francesco si reca a Damietta, dove avvenne l’incontro con il nipote del Saladino, il sultano ayyubide al-Malik al-Kamil.
Papa Benedetto XVI lascia in eredità a Francesco uno sforzo non indifferente di dialogo con il mondo islamico, nonostante l’incidente di Ratisbona, in verità dovuto più a una cattiva lettura del discorso del Papa, che concludeva un ragionamento avviato proprio in quella università, piuttosto che al pensiero del professor Joseph Ratzinger. Si trattava di una dotta citazione del dialogo tra un dotto arabo e l’imperatore bizantino della dinastia dei Paleologi; questi evidenziava elementi di criticità e ostilità nella religione, che, invece, Papa Benedetto citava proprio per prenderne le distanze e per dire che il linguaggio dell’imperatore fu «sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile». Ma all’epoca pochi colsero questo aspetto della riflessione, alimentando così la reazione negativa del mondo musulmano. C’è da dire che proprio quella riflessione, tradotta in lingua araba, diede vita a una riflessione di 38 teologi islamici che accolsero il rammarico del Papa per le reazioni che il suo discorso aveva provocato e in una lettera aperta chiedevano di discutere «nello spirito di un libero scambio» alcune affermazioni contenute nella lezione universitaria.
Francesco, oggi, si trova a continuare un dialogo difficile, ma dalla sua parte ha già giudizi positivi, e non può passare in secondo piano proprio quel volere accanto a sé in Terra Santa e alla preghiera in Vaticano, il suo amico argentino Omar Abboud del Centro islamico. Tra le voci favorevoli quella del gran imam Al Azhar Ahmed el Tayyeb dell’Università Al Azhar del Cairo, il quale ha auspicato «normali relazioni con l’Islam». Papa Francesco ha sottolineato, anche nell’incontro con i leader musulmani a Gerusalemme, la caratteristica che deve avere la reciproca riflessione, attraverso un «mutuo rispetto» che si nutre di considerazione e stima: «ciò che siamo chiamati a rispettare in ciascuna persona è innanzitutto la sua vita, la sua integrità fisica, la sua dignità e i diritti che ne scaturiscono, la sua reputazione, la sua proprietà, la sua identità etnica e culturale, le sue idee e le sue scelte politiche. Siamo perciò chiamati a pensare, parlare e scrivere dell’altro in modo rispettoso, non solo in sua presenza, ma sempre e dovunque, evitando ingiuste critiche o diffamazioni». Cristiani e musulmani, scriveva nel messaggio inviato in occasione dell’Id al-fitr, la festa di fine Ramadan, per la prima volta significativamente firmato dal Papa e non dal presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, «sono chiamati a rispettare la religione dell’altro, i suoi insegnamenti, simboli e valori».
Così dal mondo musulmano le valutazioni positive non mancano. Mohsen Mouelhi, vicario generale per la Confraternita dei Sufijerrahi d’Italia e membro del Forum delle religioni, afferma che già le prime parole, i primi gesti «sembrano far trasparire la volontà di un uomo deciso a cambiare, ristrutturare la chiesa di Roma e di voler dialogare con tutti. Ma proprio tutti. La sensazione che è stata trasmessa a tutti noi è quella di un uomo buono, positivo che sicuramente rivolgerà il suo sguardo molto presto anche all’Islam. Le religioni non sono in lotta ma sono gli uomini che vogliono la guerra. Il nemico esiste solo per sentirsi appartenenti ad un gruppo. Papa Francesco conosce la sofferenza della lotta e dell’oppressione, per questo sono fiducioso in una ripresa concreta del dialogo con le nostre comunità».
Dalla sua parte Francesco ha anche dei gesti che non vanno dimenticati, dalla scelta, il giovedì santo, di andare a celebrare la messa in Coena Domini all’Istituto di Casal del Marmo, lavando i piedi ai giovani detenuti, tra cui alcuni musulmani e due donne, al viaggio a Lampedusa dove è stato vicino a coloro che dal continente africano provano a raggiungere le coste italiane per dare una speranza alla vita e dimenticare guerre, violenze, miseria. Molti sono di religiose islamica e Papa Francesco si è fermato con loro, ha voluto constatare di persona la tragedia vissuta da queste persone, gridare il suo no alla «globalizzazione dell’indifferenza». E poi la proposta della giornata di preghiera e di digiuno per la Siria, nei giorni in cui sembrava impossibile fermare la macchina della guerra che si era avviata.
Ma il dialogo con l’Islam non può limitarsi a un patto di non aggressione, afferma il gesuita Samir Khalil Samir, professore al Pontificio Istituto Orientale, fondatore e direttore del Centro documentale e di ricerca arabo cristiana a Beirut. Così Francesco, incontrando i leader musulmani nel suo recente viaggio in Terra Santa, usa parole che suonano positivamente per le orecchie sensibili dell’Islam: «Un pellegrino è una persona che si fa povera, che si mette in cammino, è protesa verso una meta grande e sospirata, vive della speranza di una promessa ricevuta. Questa fu la condizione di Abramo, questa dovrebbe essere anche il nostro atteggiamento spirituale. Non possiamo mai ritenerci autosufficienti, padroni della nostra vita; non possiamo limitarci a rimanere chiusi, sicuri nelle nostre convinzioni. Davanti al mistero di Dio siamo tutti poveri, sentiamo di dover essere sempre pronti ad uscire da noi stessi, docili alla chiamata che Dio ci rivolge, aperti al futuro che lui vuole costruire per noi».
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