Una rivoluzione comunicativa già dalla loggia di San Pietro
«Fratelli e sorelle, buonasera!». Sono le prime parole di Jorge Mario Bergoglio, la sera del 13 marzo 2013, appena eletto pontefice dal conclave con il nome di Francesco. È l’inizio di una rivoluzione pastorale nonché comunicativa della e nella Chiesa cattolica. «Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui. Vi ringrazio dell’accoglienza». Ha seguitato poi il Papa, salutando la gente venuta ad acclamarlo in piazza San Pietro. «E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima» – ha esortato Bergoglio in conclusione del suo messaggio – «vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me».
Dal punto di vista del linguaggio audiovisivo, il Centro Televisivo Vaticano (CTV), che da trent’anni ha il compito di documentare le attività del Papa e della Santa Sede (Viganò 2013), ha sperimentato per l’occasione delle inquadrature inedite, ricorrendo al linguaggio cinematografico. La scelta di adottare campi e controcampi, angolazioni insolite, panoramiche e semi-soggettive è stata presa in funzione di una riflessione non improntata meramente a una stilistica della narrazione televisiva, quanto piuttosto focalizzata sulle potenzialità linguistiche rese possibili dai moderni apparati mediali, tanto sul piano dell'espressione quanto sul versante del contenuto. In particolare, posizionando la telecamera alle spalle del Pontefice, il CTV ha voluto costruire, per lo spettatore a casa, un punto di vista che non concedesse solo l’immersione dello sguardo spettatoriale con quello della folla, ma rivelasse anche cosa il Papa vede dalla sua posizione. Insomma, due punti di vista che raccontano un incontro di sguardi: è la cifra del pontificato. Gli apparati tecnologici utilizzati per la diretta sono stati considerati, in questa prospettiva, come dispositivi utili a ripensare le forme dell'esperienza tra i soggetti del discorso televisivo, privilegiando sin dall'inizio una serie di scelte improntate a favorire la riduzione della distanza, a marcare l'avvicinamento tra la figura del Santo Padre e il corpo dei fedeli.
Dalla loggia di San Pietro, dunque, papa Francesco ha chiesto a tutte le persone che gremivano la piazza una preghiera per lui; una piazza che è passata in pochi istanti dalla gioia fragorosa e scrosciante al silenzio devoto della preghiera. Per cogliere la peculiarità di papa Francesco è possibile tracciare le differenze con gli inizi di pontificato dei suoi predecessori, con le altre uscite sulla loggia. Si va dal 26 agosto del 1978 con papa Luciani, Giovanni Paolo I, al lungo saluto di Karol Woytila, Giovanni Paolo II, il 16 ottobre sempre del 1978, che infrange il rigido protocollo con una personalità forte come la sua, passando poi all’elezione di Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, il 19 aprile 2005, fino a giungere all’anti-televisivo silenzio chiesto da Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, che Aldo Grasso ha così commentato: «Sono le 20.22 quando un pesante drappo rosso, molto teatrale, si apre per favorire l’entrata in scena di papa Francesco. In compagnia di milioni e milioni di spettatori siamo davanti a un televisore, a un computer, a un tablet, a un telefonino a scrutare le prime parole, gesti, i tratti fisiognomici, la postura del nuovo Papa. Il momento è molto emozionante, non si sa bene chi sia il gesuita Jorge Mario Bergoglio, primo Papa sudamericano. Il tempo tra l’Habemus Papam e la sua apparizione sulla loggia centrale della Basilica di San Pietro pare infinito, eppure si tratta solo di minuti. Diciamo subito che il gesto più spirituale, inatteso, e per molti versi sconvolgente è il momento di raccoglimento, quei lunghi attimi di silenzio in cui il nuovo Papa chiede ai fedeli della piazza l’intercessione per una benedizione celeste: “Vi chiedo che voi preghiate Dio di benedire il vostro vescovo”. Il silenzio vale più di tutte le parole: un pontificato che inizia con un silenzio così intenso e clamoroso (in assenza di clamore) preannuncia qualcosa di innovativo. Sono giorni in cui le immagini si sono caricate di una valenza simbolica fuori dal comune [...] Le prime parole saranno ripetute infinite volte: “Sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prendere il Papa quasi alla fine del mondo... Ma siamo qui”. Venti minuti dopo, l’annuncio del nuovo Pontefice è twittato sull’account@Pontifex, che dal giorno delle dimissioni di Benedetto XVI era stato sospeso: “Habemus Papam Franciscum”» (Grasso 2014, p. 10).
Papa Francesco è, dunque, portatore sin da subito di una triplice novità: è la prima volta che viene eletto papa un gesuita; la prima volta che viene eletto un pontefice proveniente dal continente americano (e il primo a non essere europeo dai tempi di Gregorio III, papa nell’ottavo secolo); e la prima volta che il successore di Pietro sceglie il nome di Francesco. «Alcuni pensavano a Francesco Saverio, a Francesco di Sales, anche a Francesco d’Assisi. Io vi racconterò la storia. Nell’elezione, io avevo accanto a me l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della Congregazione per il Clero, il cardinale Claudio Hummes: un grande amico, un grande amico! Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’applauso consueto, perché è stato eletto il Papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: “Non dimenticarti dei poveri!”. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato» (Francesco, Incontro con i rappresentanti dei media, 16 marzo 2013).
Lo stile “conversazionale” con i fedeli
Semplicità e prossimità caratterizzano immediatamente la comunicazione di papa Francesco. La semplicità dei primi incontri, come quello con i rappresentanti dei media, dove il Papa richiama a un’ermeneutica spirituale. Ai giornalisti rivolge «un sincero ringraziamento per le fatiche» di quei giorni impegnativi, ricordando anche: «siate certi che la Chiesa [...] riserva una grande attenzione alla vostra preziosa opera; voi avete la capacità di raccogliere ed esprimere le attese e le esigenze del nostro tempo, di offrire gli elementi per una lettura della realtà. Il vostro lavoro necessita di studio, di sensibilità, di esperienza, come tante altre professioni, ma comporta una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza; e questo ci rende particolarmente vicini, perché la Chiesa esiste per comunicare proprio questo: la Verità, la Bontà e la Bellezza “in persona”. Dovrebbe apparire chiaramente che siamo chiamati tutti non a comunicare noi stessi, ma questa triade esistenziale che conformano verità, bontà e bellezza» (Francesco, Incontro con i rappresentanti dei media). Il registro informale improntato al dialogo e all'avvicinamento all'altro, in primo luogo ai bisognosi, emerge così come un aspetto saliente del pontificato di Francesco, una caratteristica distintiva che le scelte sul piano del linguaggio televisivo cercano di testimoniare, di documentare.
La comunicazione di papa Francesco è caratterizzata da uno stile “conversazionale” con i fedeli, dall’uso del linguaggio quotidiano, non come segno di povertà linguistica ma come chiara scelta di prossimità, di vicinanza con i fedeli. Si passa, quindi, dai commenti dopo l’Angelus come “in gamba questi, vero?” oppure il riferimento a un cardinale “un teologo in gamba”, ma anche ai saluti rivolti alla folla con “buonasera” o “buon appetito”.
Ricorrente, inoltre, è l’invito di papa Francesco al termine dell’Angelus a prendere un suo dono distribuito in piazza: «Adesso vorrei consigliarvi una medicina. Ma qualcuno pensa: “Il Papa fa il farmacista adesso?” È una medicina speciale per concretizzare i frutti dell’Anno della Fede, che volge al termine. Ma è una medicina di 59 granelli intracordiali. Si tratta di una “medicina spirituale” chiamata Misericordina. Una scatolina di 59 granelli intracordiali. In questa scatoletta è contenuta la medicina e alcuni volontari la distribuiranno a voi mentre lasciate la Piazza. Prendetela! C’è una corona del Rosario, con la quale si può pregare anche la “coroncina della Misericordia”, aiuto spirituale per la nostra anima e per diffondere ovunque l’amore, il perdono e la fraternità. Non dimenticatevi di prenderla, perché fa bene. Fa bene al cuore, all’anima e a tutta la vita! A tutti voi un cordiale augurio di Buona Domenica. Arrivederci e buon pranzo!» (Francesco, Angelus, 17 novembre 2013).
Ancora, durante la Quaresima 2014, papa Francesco si è rivolto sempre ai fedeli in piazza invitandoli ad accettare dei piccoli Vangeli in omaggio: «Ed ora vorrei fare un gesto semplice per voi. Nelle scorse domeniche ho suggerito a tutti voi di procurarsi un piccolo Vangelo, da portare con sé durante la giornata, per poterlo leggere spesso. [...] Allora oggi voglio offrire a voi che siete in Piazza – ma come segno per tutti – un Vangelo tascabile. Vi sarà distribuito gratuitamente. Ci sono i posti in piazza per questa distribuzione. Io li vedo lì, lì, lì... Avvicinatevi ai posti e prendete il Vangelo. Prendetelo, portatelo con voi, e leggetelo ogni giorno: è proprio Gesù che vi parla lì! È la Parola di Gesù: questa è la Parola di Gesù! E come Lui vi dico: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date, date il messaggio del Vangelo! Ma forse qualcuno di voi non crede che questo sia gratuito. “Ma quanto costa? Quanto devo pagare, Padre?”. Facciamo una cosa: in cambio di questo dono, fate un atto di carità, un gesto di amore gratuito, una preghiera per i nemici, una riconciliazione, qualcosa…» (Francesco, Angelus V domenica di Quaresima, 6 aprile 2014).
Linguaggio che nasce dal cuore radicato nel cuore di Dio
Il linguaggio di Papa Francesco è tanto lontano dal linguaggio concettuale di una teologia arida quanto dal pietismo devozionale che non alimentano certo una vita nuova nello Spirito. Il suo è un linguaggio che nasce dal cuore radicato nel cuore di Dio, che ha il gusto del Vangelo, il tratto della misericordia, la gentilezza dell’offerta; è quanto di più lontano dalla grammatica del dovere, dalla retorica del giudizio e dalla violenza della seduzione. È parola che nasce dallo Spirito Santo, dall’esperienza della contemplazione. Una parola che attesta ciò che dice, rivela ciò che narra, testimonia ciò che professa.
È possibile desiderare una Chiesa povera per i poveri per decreto o con un documento? O non è forse più forte il governo di chi vive la povertà come stile della propria esistenza? Su questioni centrali come povertà, giustizia, misericordia, solidarietà, vale la pena precisare qualche elemento per un processo di comprensione che non riduca il magistero del Papa a schematismi sociologici. Nel dire di Papa Francesco esiste una interdipendenza e un rimando costante tra fatto e parola. Più che le forme dei ragionamenti logico-argomentativi, il Papa preferisce le narrazioni (pensiamo alla necessità che papa Francesco ha di oltrepassare il testo scritto per non perdere il cuore del suo magistero che passa attraverso la spontaneità) dove il confronto, pur non eludendo l’aspetto concettuale, privilegia e predilige il piano dei comportamenti. È un modo per porre a confronto la prassi narrata e la prassi reale che domanda conversione, perché la conoscenza sia incontro di esperienza e svelamento del suo significato.
Proprio questo modo di procedere blocca il passo alla facile condivisione di massima dei valori umani fondamentali (giustizia, solidarietà, uguaglianza) sulla cui generica astrazione è facile il generale accordo, salvo poi operare in direzione divergente nella prassi. È proprio in tal modo, con un dire una parola che attesta ciò che narra, che papa Francesco sostiene la prassi della consuetudine alla conversione per una prassi dell’inaudito cristiano. Non basta gettare una moneta a chi domanda – afferma più volte Papa Francesco – devi guardare negli occhi e toccare la mano di chi chiede, perché la tua sia opera di prossimità!
La “quotidianità eventizzata” di Papa Francesco
Dallo studio delle molte immagini di papa Francesco nell’archivio del CTV emerge un tratto interessante: per un verso, si hanno gli eventi pianificati, dai riti (la celebrazione del Natale, della Pasqua) alle cerimonie programmate (la canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II) oppure gli incontri di rappresentanza, dove emerge la forza tradizionale della comunicazione vaticana. Dall’altro si impongono sempre più frequentemente episodi che possono essere definiti di quotidianità eventizzata. «Si tratta di avvenimenti che nascono quasi inaspettatamente, fuori dall’organizzazione pianificata degli eventi, e sono resi possibili dalle caratteristiche peculiari che contraddistinguono lo stile comunicativo del Pontefice, emerse in tutta evidenza in questi primi mesi di pontificato: il Papa che scende dalla papa mobile per baciare un disabile, l’incontro con la rock star Patti Smith mischiata alla folla dei fedeli in Piazza San Pietro, la rinuncia all’ombrello e alla papalina nel percorso sotto la pioggia battente nell’Udienza Generale del 29 maggio 2013. In tutti questi casi, le riprese televisive dovrebbero “mettere in forma” i movimenti e i gesti del Papa, ma sono in realtà i suoi stessi gesti a guidarle e indirizzarle, spesso scombinandone i piani» (Penati 2013, p. 124).
Il modo di comunicare di papa Francesco e il motivo di quello che secondo le logiche mondane viene definito “successo”, nasce da un agire che non è di conquista, bensì di contemplazione, ovvero di accoglienza. «C’è una tentazione – indicava Giovanni Paolo II – che da sempre insidia ogni cammino spirituale e la stessa azione pastorale: quella di pensare che i risultati dipendano dalla nostra capacità di fare e di programmare» (Giovanni Paolo II 2001, n. 38). È quanto esprimerà poi papa Benedetto XVI ricordando come un agire pastorale basato sul protagonismo ecclesiale di progetti e convegni può portare a trasformare la fede in ideologia.
Il credente, dunque, è radicato nel mistero dell’incarnazione di Dio in Gesù e ciò dispone intelligenza e cuore a cogliere come nulla dell’umano è pensabile in termini mondani. La nostra umanità, quella di ciascuno di noi, della Chiesa tutta, è l’umanità vissuta da Dio. Non siamo individui ma persone e questo significa che l’identità è relazionale. Solo chi coglie l’identità individuale deve poi costruire un castello formale di regole per cui dire chi corrisponde a tale identità, creando così anche vere e proprie categorie sociologiche che l’esperienza ecclesiale non sopporta (destra/sinistra) o affermando identità esclusive in nome di qualche appartenenza.
Questa è una consapevolezza evidente nel pensiero di papa Francesco e ne segna i gesti oltre che la forza di osare nei confronti dell’umano. Infatti, il ricordo e l’insistenza di papa Francesco sul Dies Natalis è l’indicazione di come è proprio nel battesimo, al di là della consapevolezza e del ricordo che nella vita di un uomo e di una donna permangano, che la nostra umanità è accolta dall’umanità del Figlio e per questo la nostra vita è accolta in quella di Dio. Per tale motivo la fede non è conquista ma accoglienza di una novità, di un dono e di una sorpresa che fa abitare Cristo nei nostri cuori. Dentro a tale prospettiva va ricercata la forza comunicativa del Pastore venuto dalla fine del mondo.
Papa Francesco ha intercettato il dilemma fondamentale per la Chiesa di oggi, che si trova a un bivio: da una parte la strada del continuare ad essere religione che cerca spazi di influenza sia politica che culturale e sociale, pensando così di avere una serie di proposte di valori che, se accettati, miglioreranno il mondo; dall’altra la strada di essere una comunità credente che sa rivelare l’umanità di Cristo e nella storia continua a trasfigurare l’uomo come dice San Paolo nella Lettera ai Romani: noi siamo «come vivi, tornati dai morti» (Rm 6,12-18). Del resto questo orientamento di papa Francesco è emerso con evidenza durante la conferenza stampa in aereo di ritorno dal viaggio di Rio de Janeiro nel 2013, per la Giornata Mondiale della Gioventù in Brasile. Anzitutto, un rapporto diretto e non più mediato dal portavoce che, secondo moduli precedenti, aveva il compito di selezionare alcune domande e di leggerle al Papa. Inoltre, una libertà degli argomenti trattati e insieme una libertà e precisione delle risposte.
Il profumo del Vangelo nelle periferie della vita
Tratto che caratterizza Papa Francesco è la continua richiesta di preghiera con gesti forti, come l’inizio del suo affacciarsi al mondo chiedendo di pregare per lui oppure la grande preghiera per i profughi a Lampedusa, per i lavoratori a Cagliari, per la pace in Siria e in Terra Santa oppure la preghiera per e con i detenuti nel viaggio nella diocesi di Cassano all’Ionio.
Già nel messaggio inaugurale dalla loggia della Basilica di San Pietro, Papa Francesco ha indicato il tratto distintivo del suo pontificato: una Chiesa attenta allo stile pastorale di missione, con un’attenzione particolare rivolta agli ultimi, ai poveri e a tutti coloro che soffrono.
Con i suoi gesti, semplici ma sempre densi di senso, Papa Francesco ha rivolto l’attenzione dei fedeli, dei presbiteri, della società tutto nonché dei media, verso ambiti e temi spesso condannati all’invisibilità, all’ombra nelle periferie della vita. Non sono, infatti, “casuali” i suoi viaggi, le sue uscite dalla Città del Vaticano.
Anzitutto il suo recarsi, il 14 marzo 2013, giorno dopo la sua elezione, a Santa Maria Maggiore per pregare dinanzi alla Salus populi romani, per affidare a Maria il suo pontificato. «Maria – ha detto il Papa – ci dona la salute, è la nostra salute[...] Maria è madre, e una madre si preoccupa soprattutto della salute dei suoi figli, sa curarla sempre con grande e tenero amore. La Madonna custodisce la nostra salute. Che cosa vuol dire questo, che la Madonna custodisce la nostra salute? Penso soprattutto a tre aspetti: ci aiuta a crescere, ad affrontare la vita, ad essere liberi» (Francesco, Preghiera del Santo Rosario a S. Maria Maggiore, 4 maggio 2013).
Ancora, il suo recarsi per il giovedì santo al carcere minorile di Casal del Marmo, nella periferia di Roma, chiedendo esplicitamente che non fosse disposta alcuna pedana per la lavanda dei piedi, per sollevare i ragazzi, ma desiderando invece inginocchiarsi a terra, prostrarsi con umiltà dinanzi agli “ultimi”.
Segue poi il viaggio a Lampedusa, l’8 luglio 2013. Papa Francesco è scosso dalla tragedia del mare, dalla morte nelle acque del Mediterraneo di altri profughi, nell’impotenza e nell’indifferenza generale. «Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta. Non si ripeta per favore». Papa Francesco a Lampedusa ha ricordato inoltre come: «abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; [...] questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!» (Francesco, Omelia a Lampedusa, 8 luglio 2013).
Ancora, si ricordano poi il viaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, la visita a Cagliari, per sostenere i lavoratori aggravati dal peso della crisi, sino al viaggio in Terra Santa, 24-26 maggio 2014, a cinquant’anni dallo storico viaggio di Paolo VI. Papa Francesco ha esortato con fermezza e tenerezza alla preghiera, al dialogo, come percorso possibile per la pace, invitando anche Shimon Peres e Abu Mazen ad elevare insieme «un’intensa preghiera invocando da Dio il dono della pace. [...] Costruire la pace è difficile, ma vivere senza pace è un tormento. Tutti gli uomini e le donne di questa Terra e del mondo intero ci chiedono di portare davanti a Dio la loro ardente aspirazione alla pace» (Francesco, Omelia a Bethlehem, 25 maggio 2014).
La comunicazione del contatto, l'autenticità del messaggio di Papa Francesco impongono così una riflessione sulla responsabilità insita nell'uso di qualsiasi mezzo di comunicazione, sulla consapevolezza che l'essenza di qualsiasi dispositivo mediale non si riduce mai alla dimensione tecnologica ma investe sotto una molteplicità di aspetti la significazione in gioco tra gli esseri umani. La sfida, complessa, è quella di non perdere aderenza rispetto alla densità del pontificato e all'autenticità della testimonianza del Pontefice, ricordando sempre il valore documentale assunto dai materiali audiovisivi, la funzione testimoniale dalla quale la scrittura del racconto televisivo è chiamata a prendere forma.
Riferimenti bibliografici
Francesco (2013), Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, 24 novembre 2013.
Giovanni Paolo II (2001), Lettera apostolica Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001.
Grasso A. (2014), Quel silenzio nel mezzo del discorso, in «Corriere della Sera», 14 marzo 2014.
Penati C. (2013), Quasi alla fine del mondo, in D.E. Viganò (a cura di), Telecamere su San Pietro. I trent'anni del Centro Televisivo Vaticano, Vita e Pensiero, Milano.
Viganò D.E. (2013, a cura di), Telecamere su San Pietro. I trent'anni del Centro Televisivo Vaticano, Vita e Pensiero, Milano.
Viganò D.E. (2009, a cura di), Dizionario della comunicazione, Carocci, Roma.
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