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I linguaggi della politica: la “sinistra” e la società civile

Federica Grandis

«Il fine di chi scrive è in primo luogo avvilupparsi di nebbia, e produrre nebbia: e il prossimo chi scrive non lo vede, e fa come se non ci fosse. Quello che ti fa gelare, nei manoscritti e nei discorsi pieni di nebbia, è il senso che non siano stati scritti per nessuno. Il prossimo, al di là di quella nebbia, non esiste come essere vivente; esiste al suo posto un’entità astratta, di cui si vuole ottenere l’assenso; il fine di chi scrive non è di raggiungere il pensiero di un altro essere, di un suo simile; il fine è dare della nebbia, e ottenere, con la nebbia, rispetto e venerazione» [1].
Queste parole, tratte da un articolo di Natalia Ginzburg scritto venticinque anni fa, descrivono felicemente un processo già allora in atto: quello del tramonto della chiarezza, risultato dell’affermarsi di un linguaggio oscuro, complesso, sfuocato, sicuramente non fatto per essere effettivamente compreso. La Ginzburg, che aveva molto a cuore il tema della semplicità e della chiarezza della parola e più volte aveva denunciato l’affermarsi di un linguaggio astratto e artificioso nel discorso politico, riuscì tuttavia a segnalare nello stesso articolo, poche righe più avanti, la presenza nella scena pubblica del suo tempo di una felice eccezione rispetto al processo denunciato. Si trattava di Sandro Pertini, personaggio descritto dalla scrittrice come «una figura che emerge dalla nebbia che ricopre ogni cosa, e che anzi mostra come sia possibile ribellarsi contro la nebbia anche stando nel centro della vita politica» [2]. Nonostante il linguaggio della sinistra fosse all’epoca tutt’altro che semplice, l’eccezione segnalata dalla Ginzburg proveniva proprio dall’amatissima figura di un uomo appartenente a quella parte politica, il presidente Pertini.
Cosa potrebbe dire oggi quella scrittrice? Dove cercare a sinistra le eccezioni alla nebbiosa deriva del linguaggio della politica? Artificiosità, mancanza di chiarezza e astrattezza si celano sempre più frequentemente dietro ai discorsi dei nostri leaders. E se, come scriveva Galilei, «i nomi e gli attributi si devono accomodare all’essenza delle cose, e non l’essenza ai nomi», è forse opportuno analizzare la questione non solo da un punto di vista meramente linguistico, ma anche rispetto ai contenuti.
Promettenti dichiarazioni di principio e di intenti – che difficilmente però scendono nella determinazione concreta dei problemi – riempiono le pagine dei quotidiani e i discorsi televisivi dei politici. Ed è proprio il rapporto della politica con i mezzi di comunicazione ad introdurre un primo ordine di problemi. Pur nella superficiale opposizione verbale, pare che, di fatto, la sinistra sia passivamente succube della logica mass-mediatica imposta dai nuovi sistemi comunicativi, che solo apparentemente vengono accolti in maniera critica. In molte dichiarazioni rilasciate dai leaders di questa parte politica, infatti, viene denunciata con forza la supremazia del potere dell’informazione rispetto a quello della politica, ma proprio chi denuncia questo stato di cose sembra allo stesso tempo arrendersi alla sua logica.
Il primo segnale di questo passivo arrendersi è dato proprio dal linguaggio utilizzato. Questo infatti sembra adeguarsi perfettamente alle modalità discorsive richieste dai media, articolandosi attraverso slogans, frasi fatte, espressioni ad alto impatto “pubblicitario” che rispecchiano pienamente quell’operazione di riduzione di complessità che la televisione di oggi sta contribuendo a realizzare. Campagne elettorali che assumono sempre più la forma di televendite, programmi di partito travestiti da operazioni di marketing e spot propagandistici che mettono da parte il discorso, da sempre cruciale per la politica, a favore dello slogan: non si tratta certo di estemporanee casualità, ma del modo in cui oggi la politica si presenta, anche quella della sinistra. Il paradosso sta nel fatto che, a parole, da sinistra molti cori si sono alzati contro la politica affabulatoria e populista di Berlusconi, ma nei fatti anche da questa parte si sta percorrendo una strada spesso sorprendentemente simile.
Il linguaggio politico della sinistra odierna non fa che riflettere – malgrado qualche sporadica e talvolta poco coerente dichiarazione di intenti – quell’impoverimento generale del linguaggio causato, o almeno fortemente favorito, dallo strapotere della televisione, che abitua i suoi utenti alla semplificazione e rende il linguaggio sempre più impermeabile alla possibilità di accogliere la molteplicità di aspetti di una realtà che si trasforma in tempi così rapidi e con modalità così complicate da mettere in crisi sia l’informazione sia la politica, almeno così come vengono oggi praticate, quando cercano di seguire queste dinamiche: invece di assumere la difficoltà dei processi sociali in atto pare che informazione e politica si accontentino appunto di ridurre queste difficoltà traducendole in programmi astratti elaborati a tavolino e in messaggi semplificatori.
Un esempio: durante un dibattito televisivo capita, non di rado, di essere colpiti dalla sensazione di come sempre più spesso la politica faccia ricorso alle metafore del calcio. Ora, che tale mondo prenda in prestito schemi, concetti e categorie da altri mondi può pure andare bene, ma che la politica faccia ricorso al calcio per colmare il vuoto linguistico (e quindi anche concettuale) che la caratterizza, non è certo segno di buona salute, né dei politici, né di chi della politica è destinatario. In un’occasione Gianfranco Fini, leader di AN, si augurava che la sua formazione schierasse un tridente, mentre Fassino, da una convention dei Ds, gli rispondeva che qualsiasi schema di gioco avesse adottato la Casa delle Libertà, questa avrebbe inevitabilmente subito una valanga di goals. C’è mancato davvero poco perché l’esito delle politiche diventasse materia per i bookmaker di casa nostra. Il passaggio dal toto-scommesse alla fantapolitica d’azzardo avrebbe così completato il quadro della politica “da stadio” o “da bar”.
Un anomalo connubio, quello tra calcio e politica, che si appiattisce su un registro linguistico calzato a pennello addosso all’“homo videns”. Il gergo politico odierno sembra infatti sempre più spesso ridursi a gergo comune, assolutamente dimentico di quei termini fortemente definitori dell’identità politica che anni addietro erano stati elemento di unità. Chi osa più pronunciare, oggi, a sinistra, parole come classe, massa, dominio, oppressione, sfruttamento? Il moderatismo che ha investito la politica, e che di conseguenza ha plasmato il suo linguaggio, ha condotto non solo ad una omologazione e ad un appiattimento di tale linguaggio, ma anche ad un “livellamento” delle parti in conflitto, che in nome della necessità di conquistare l’elettorato “di centro” a colpi di slogans pubblicitari, sempre più spesso si ritrovano a sostenere tesi in cui si fa fatica a individuare la reale differenza delle identità politiche. Già Otto Kirkhheimer aveva sottolineato questi aspetti, più di quaranta anni fa, quando parlava della logica sottesa all’affermazione dei “partiti pigliatutto” che si andavano fin d’allora sostituendo ai partiti di massa tradizionali: via l’ideologia e i programmi, largo al pragmatismo che sa cogliere gli orientamenti infinitamente variabili di una società ormai profondamente frammentata, oscillante, fluida, “liquida”, come direbbe Zigmunt Baumann. Qui la standardizzazione dei codici espressivi e comunicativi imposta dai mass-media, alla cui logica sia destra sia sinistra non sembrano minimamente essere intenzionate a rinunciare, rivela una realtà molto più densa e profonda: la crisi progressiva delle soggettualità politiche, crisi per uscire dalla quale non basta certo limitarsi a ridisegnare le geografie partitiche a forza di riforme elettorali.
In questa condizione le due squadre, per ritornare alle metafore calcistiche, inscenano una competizione solo apparente e artificiosa, perché i progetti reali latitano. Si tratta di una competizione che, in nome del “politically correct”, si standardizza, si convenzionalizza e si infarcisce di un linguaggio sovente ambiguo – una sorta di linguaggio buono per tutti gli usi – che arretra di fronte alla realtà delle cose. Ciò che conta sembra essere unicamente la spicciola comunicazione da spot elettorale, il messaggio rapido privo di contenuti, come un coro da stadio che fa gridare alla platea che chi non salta non è dei nostri. È interessante notare come questa omologazione delle parti non conduca ad una rinuncia allo “scontro”; anzi, la politica degli ultimi tempi è sempre più caratterizzata da una forte contrapposizione. La logica dell’amico-nemico, del Bene contro il Male, la dicotomica e manichea idea del “noi contro loro”, cavalcata da Berlusconi ma portata avanti anche dalla sinistra, palesa un retaggio ideologico che però dimentica o quantomeno banalizza i termini del linguaggio politico. La forma mentis ideologica (quindi l’opposizione tra le parti in conflitto priva di mediazioni dialogiche), rimane, ma è privata dei contenuti dei progetti politici tradizionali e infarcita di lemmi pubblicitari e di un linguaggio artificioso composto da quelle che Wittgenstein chiamava “le parole-cadaveri”, parole vuote, astratte, autoreferenziali. Ciò che residua è, appunto, soltanto lo scontro, la fittizia competizione che spesso induce i leader politici, non solo nei dibattiti televisivi, a concentrarsi più sull’insulto e sull’invettiva che sui contenuti. Quel che resta non è la discussione degli argomenti sul tavolo, ma un vuoto puntare l’indice sull’avversario, atteggiamento che certo fa audience ma impoverisce il confronto politico.
Il problema di fondo è che la sinistra odierna sembra aver dato per scontato la non-attualità storica del linguaggio e dei mezzi comunicativi diversi da quelli oggi egemoni. Ha dimenticato la “piazza” e, in generale, i luoghi un tempo consueti della politica, che le nuove tecniche comunicative possono integrare ma non certo sostituire. E se questi luoghi non riacquistano la loro rilevanza, è inevitabile che il cittadino venga ridotto, anche da quei leader di centro-sinistra che a parole denunciano la crisi dello spazio del discorso politico conseguente all’ascesa dei nuovi media, a fruitore passivo della “video politica”, e sia condannato ad una logica – quella mass mediatica – che la sinistra sembra aver abbracciato in toto, in nome della conquista dell’elettorato. Elettorato da sedurre attraverso un linguaggio affabulatorio, ripetitivo, accattivante, banalizzato, che contrasta apertamente con il linguaggio cifrato che la sinistra utilizza ad intra: un linguaggio, quest’ultimo, quasi esoterico, da “addetti ai lavori”, che riflette la logica di una sorta di “ragion di Stato” in tono minore, una “ragion di Stato” insomma proporzionata al tempo della crisi della grande politica. La verità, forse, è che il linguaggio codificato interno alla sinistra serve a neutralizzare una pluralità di contenuti rivali: la sinistra sembra aver paura delle parole chiare perché teme l’esibizione pubblica delle proprie divisioni interne. Come sempre, le parole rivelano una realtà che sta dietro di esse. Decadenza dello spazio della parola e incapacità progettuale dunque si intrecciano, anzi, fanno parte dello stesso problema: la profonda e seria crisi che ha investito la politica odierna, sinistra compresa. Il terribile semplicismo del lessico della politica contrasta, anzi, stride con la crescente complessità dei problemi. Se la sinistra di oggi si ostinerà a non affrontare seriamente la questione, rinunciando alla logica della conquista ammiccante dell’elettorato, finirà per essere annoverata tra coloro che i francesi chiamano, in modo sprezzante, «les terribles semplificateur», coloro cioè che non colgono – o fingono di non cogliere – come il battito d’ali di una farfalla a Pechino potrebbe anche scatenare un uragano in California.


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[1] N. GINZBURG, Parole nella nebbia, “La Stampa”, Ottobre 1981.
[2] Cfr. L. RICOLFI, Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori, Longanesi, Milano 2005.
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