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In cammino verso la ciberdemocrazia. La Primavera araba tra tecnica e politica

ANTONIO TURSI
Articolo pubblicato nella sezione La politica e le nuove tecnologie della comunicazione.

Negli ultimi mesi abbiamo ricevuto delle cartoline da Paesi esotici, densi di storia, già promettenti avventure da mille e una notte, più di recente desolati. Paesi che si trovano al di là del Mar Mediterraneo, che abbiamo voluto dire nostro ma è anche loro, lo è sempre stato. Osserviamole queste cartoline. Osserviamo alcune immagini, frammenti di vita, colori utili a comprendere il presente e a sperare il futuro.


Teheran, Iran. La prima di queste cartoline ha già qualche anno, ma non è sbiadita per niente. Anzi è brillante nel suo colore di fondo verde e negli occhi scuri e intensi di una studentessa ventisettenne di nome Nada Agha Soltan. Uccisa dai poliziotti in una piazza gremita di giovani iraniani che protestavano contro il regime di Mahmoud Ahmadinejad. Giovani scesi in piazza al grido di «dov'è il mio voto?» per denunciare i brogli commessi nelle elezioni presidenziali del giugno 2009. Una protesta conosciuta come «onda verde» a causa del colore scelto da quei giovani per i loro foulard e vessilli. Il verde dell'islam, il verde presente nella bandiera iraniana, ma anche il verde che in quella cultura rappresenta la primavera, dunque la rinascita e la speranza di un futuro. Una speranza necessaria, indispensabile per una popolazione che al 66% è costituita da persone con meno di trent'anni.
Se quella dell'ayatollah Khomeini era stata chiamata la rivoluzione delle audiocassette che diffondevano i suoi sermoni negli angoli sperduti della Persia, l'onda verde ha usato sms e Twitter. Durante la campagna elettorale sono stati spediti giornalmente oltre un miliardo di sms che, come ha notato Hassan, collaboratore di uno dei candidati, «sono come i minareti delle moschee, raggiungono chiunque e ovunque»[1]. I giovani iraniani hanno diffuso informazioni, hanno discusso tra loro e con il resto del mondo, si sono organizzati attraverso i nuovi mezzi di comunicazione. In definitiva, hanno acquisito coscienza di sé attraverso la Rete: come nota Ali, un giovane studente di Teheran, «non può esserci nessun compromesso tra un mondo che va alla velocità di Internet, e una società pietrificata che si rifà alle leggi vecchie di secoli»[2]. La Rete ha evidenziato uno scontro tra passato e futuro, tra chiusura e apertura, tra religione e politica.
Inoltre, i giovani iraniani hanno messo a tema il rapporto tra mondo reale e cibermondo. E lo hanno fatto in modo sorprendente. Farideh, una ragazza ora emigrata in Italia, rivela che «fin dall'infanzia impari a mentire, a vivere come un anfibio, nel senso che sei costretto a vivere due vite parallele»[3]. Ma quale è quella reale? La vita in pubblico, a scuola, nelle strade? O quella svolta in casa ma proiettata costantemente in un altrove? Risponde un'altra ragazza: «viviamo in un brutto film, una finzione terrificante, vogliamo tornare nel mondo reale, quello che vediamo ogni giorno su Internet»[4].


Sidi Bouzid, Tunisia. Sidi Bouzid è un piccolo e semisconosciuto capoluogo di provincia. Poche case e molta povertà. In questa cittadina la polizia di Zine el-Abidine Ben Ali – a capo dal 1987 di un regime autoritario – il 17 dicembre 2010 sequestra, per mancanza dei permessi necessari, il carretto utilizzato per vendere frutta e verdura da Mohamed Bouazizi. Dopo aver chiesto invano spiegazioni alle autorità, il giovane venditore ambulante, per protesta contro quello che avvertì come un intollerabile abuso del potere in un periodo di pesante crisi economica, si è dato fuoco sulla pubblica piazza. A causa delle ustioni riportare, Bouazizi muore qualche giorno dopo, il 4 gennaio 2011. Ma quella torcia umana ha rappresentato la scintilla che ha avviato le proteste dei tunisini contro il loro dittatore. Proteste diffuse ovunque nel piccolo Stato dirimpettaio della Sicilia. Proteste rivolte contro una gestione autoritaria e corrotta del potere politico, in pugno a una piccola cerchia di familiari di Ben Ali. Proteste per la libertà, dunque. Ma proteste nate e sostenute soprattutto a causa della penuria di cibo e dell'aumento dei prezzi dei prodotti base dell'alimentazione, a iniziare dal grano e dalla farina. Quella tunisina è nota infatti anche come «rivolta del pane».
Dunque, in primo luogo è stata una rivolta per il diritto al cibo, ad una alimentazione sana, sicura e adeguata, «un elemento fondamentale della cittadinanza globale, intesa come un insieme di diritti che accompagnano le persone ovunque esse siano»[5]. Il cibo inizia ad assumere il profilo di un bene comune globale, che dunque non può essere governato dal libero mercato – protagonista infatti negli ultimi anni di una drammatica speculazione sulle materie prime alimentari – e che invece deve innescare una rivendicazione sociale della sua non-esclusività e non-rivalità.


Sanaa, Yemen. Nella capitale del povero e instabile Stato della penisola arabica, l'ultima ondata di proteste (ultima rispetto a tensioni che si protraggono da anni) si è levata nella piazza centrale, piazza Taghyeer, che è stata ribattezzata «Change square» dal 27 gennaio 2011. Una protesta animata da giovani studenti ma non solo. Sono scesi in piazza anche gli anziani e le donne, molte donne. Donne che hanno dato simbolicamente alle fiamme i loro veli per chiedere aiuto, donne che hanno richiamato l'attenzione del mondo occidentale che ha voluto attribuire a una di loro, Tawakkul Karman, il premio Nobel per la pace. Giovani e anziani, uomini e donne che sono scesi in piazza levando in alto le tipiche formelle rotonde di pane. Formelle sulle quale era stata impressa la parola: "Vattene!". Una netta richiesta rivolta al presidente Ali Abdallah Saleh insediato al potere dal 1990, anno dell'unificazione del Paese. Una richiesta dettata dalle condizioni di povertà, evidenti soprattutto se confrontate con quelle degli altri Paesi vicini, dalla corruzione e dai metodi autoritari nella gestione del potere da parte di Saleh e del suo clan, dalle tensioni interne legate alle spinte secessioniste e alla presenza di cellule terroristiche di Al Qaeda.
Queste formelle di pane esprimono insieme una duplice richiesta: di cibo e di libertà politica. Una duplice richiesta che mostra «l'inscindibilità dei diritti»: «quando si considerano i diritti che riguardano più direttamente la persona, i suoi valori e interessi, è necessario ricostruire e interpretare tutto l'insieme dei diritti riconosciuti, anche per impedire che alcuni di essi possano essere presentati e trattati come meno importanti ed effettivi rispetto ad altri»[6]. Diritti che possono essere riconosciuti e garantiti anche attraverso «strumenti diversi rispetto a quelli propri dei meccanismi giuridici tradizionali», attraverso un «diritto informale ma efficace»[7] basato sull'appello ai diritti fondamentali, sulle pressioni della società civile e sull'azione diretta dei cittadini stessi che per questo scendono nelle piazze.


Cairo, Egitto. Piazza Tahrir, ovvero piazza della Liberazione, ha offerto un'immagine condensata del potere della società civile. Un'immagine esemplare della sfera pubblica contemporanea. Una sfera pubblica fatta di corpi nudi portatori di esigenze materiali (metà degli egiziani vive con meno di due dollari al giorno – la soglia di povertà) e della richiesta di libertà rispetto a una dittatura decennale come quella di Hosni Mubarak. «A piazza Tahrir ho visto l'Egitto rappresentato in tutte le sue facce: egiziani di tutte le età e di tutte le provenienze, coopti e musulmani, giovani e anziani, donne con il velo e donne senza il velo, ricchi e poveri»[8]. Ma una sfera pubblica emersa soprattutto grazie alla vitalità dei tanti giovani egiziani cittadini del mondo, come il blogger Wael Ghonin (per la rivista Time una delle cento persone più influenti del 2011) o come Ahmed Maher fondatore del Movimento 6 Aprile. «Piazza Tahrir è diventata come la Comune di Parigi. Mentre l'autorità del regime crollava, è stata l'autorità del popolo a prendere il suo posto»[9] attraverso la costituzione di comitati di cittadini capaci di auto organizzarsi.
Perché questa sfera di conversazioni e confronti emergesse e fosse capace di orientare la rivoluzione, le reti digitali e i telefoni mobili sono stati indispensabili, tanto che si è usata la definizione di «rivoluzione del web». Blog, Facebook, YouTube e in ultimo WikiLeaks hanno permesso di esprimere istanze, di conoscere fatti e di organizzare manifestazioni. E infatti l'ultima disperata reazione del dittatore è consistita proprio nel tentativo di oscurare le comunicazioni.
Rispetto all'indispensabilità dei mezzi digitali di comunicazione, bisogna però aggiungere due riflessioni ulteriori. Intanto, va ricordato che l'intellighenzia egiziana ha frequentato sino a tutti gli anni Sessanta i caffè, luoghi di ritrovo, di discussione, di organizzazione su questioni culturali e politiche. Luoghi aperti (persino alle donne e al consumo di alcolici) come testimoniato nei romanzi di Naghib Mahfuz e 'Ala al-Aswani. In seguito, le spinte contrastanti del fondamentalismo religioso da un alto e del regime militare dall'altro hanno agito, senza alcun paradosso, nella stessa direzione: controllare, regolamentare, ostacolare i caffè per cercare di soffocare la società civile egiziana[10]. I blog sono dunque intervenuti a far rivivere vecchie abitudini, forse mai del tutto sopite.
Inoltre, l'immagine forte che resta impressa nei nostri occhi è quella di piazza Tahrir con il suo circolo di accampamenti e le sue folle. Perché come ha scritto Jon Lebkowsky, autore di Extreme democracy, «i blog da soli non saranno mai in grado di incidere sul processo decisionale e sull'indirizzo politico. Per quello servono le persone sul terreno»[11]. Questa saldatura tra spazio dei flussi telematici e territorio mostra come l'azione politica oggi non sia possibile se non dispiegata tra l'agorà elettronica e la piazza Tahrir.

Damasco, Siria. Il falso blog da Damasco di Amina Abdallah Arraf al Omari è stato per mesi una fonte di riferimento per conoscere i fatti siriani. Amina ha pubblicato con regolarità post sull'andamento delle rivolte in quel Paese, sulla politica di Bashar al Assad, sulla società e i modelli di vita e sull'erotismo. Questi ultimi costituivano un atto di rottura politica rispetto a un ordine imperniato sulla repressione sessuale e la subordinazione della donna: dichiararsi lesbica in Siria significa infrangere un ordine certificato dal divino e dunque commettere un peccato che però è anche un reato e dunque significa anche infrangere le leggi dell'ordine politico dominante. A un certo punto Amina è stata sequestrata. Il suo riferimento è venuto meno ed è partita una mobilitazione in Rete per chiedere sue notizie. Sino alla scoperta che Amina non esiste, non è mai esistita essendo la creazione di una coppia americana esperta di questioni mediorientali e impegnata nella promozione dei diritti umani.
Dunque, Amina ci ha imbrogliati? Ci ha quantomeno confuso o ci ha addirittura impedito una vera conoscenza della situazione siriana? Forse il tentativo della coppia americana va tenuto in buona considerazione. E per più di un motivo. La microstoria di Amina rispecchia le pagine di Storia che tanti giovani hanno scritto in Tunisia, Egitto, Yemen, Siria. Anzi, più che rispecchiarle, le «illumina per un pubblico occidentale», come ha dichiarato il suo stesso creatore. Un tentativo da considerare come una possibile traduzione di mondi eterogenei e non come una sovrapposizione delle nostre categorie ai loro fatti. A produrre una simile sovrapposizione ci pensano già molti giornalisti embedded attraverso i loro reportage fatti sul campo e in generale la stampa occidentale che non conosce quasi per niente la storia e la cultura di quei Paesi (come è il caso della copertura della crisi in Yemen, esaminato da un gruppo di ricerca dell'Università di Urbino[12]). Infine, Amina ha messo in moto una dinamica di indagine che ha rivelato come la Rete stessa disponga di anticorpi rispetto ad alcuni possibili inconvenienti: blogger occidentali ed arabi insieme hanno smascherato l'intrigo.


Queste cartoline sono dense, forse troppo. Squadernano un incredibile numero di questioni politiche e mediologiche. Ci fanno intravedere la problematicità e l'ambivalenza di molti processi in corso. Ci dicono dell'apertura di campi relazionali, di confronti e scontri tutt'altro che conclusi. Da parte nostra, in questa sede ne vorremmo ricavare due tesi utili a orientare le riflessioni anche al di là dei casi della Primavera araba. La prima riguardante il concetto di sfera pubblica nel nostro presente, la seconda riferita al rapporto tra tecnica e politica.
A noi occidentali ha fatto comodo pensare la sfera pubblica come ambito del confronto tra argomenti, un confronto tra cittadini bene informati, un confronto che mette capo a un consenso per la soluzione migliore dei problemi della città. Di conseguenza, abbiamo pensato a stili comunicativi e luoghi elettivi della sfera pubblica. E questa visione stilizzata l'abbiamo circoscritta, al limite riservata ad alcune enclave. Addirittura, ne abbiamo negato la possibilità d'esistenza a certe latitudini: un concetto anglosassone difficile da applicare per esempio ai Paesi mediterranei. Non mancano certo le occasioni in cui è possibile constatare il lamento sull'assenza o sulla scarsa presa della sfera pubblica (anche resa attore sotto le vesti della società civile) in Italia e soprattutto nel Meridione del nostro Paese. In un romanzo di Antonio Tabucchi ambientato nella Lisbona del 1938, si svolge un dialogo emblematico tra Pereira, un giornalista, e Silva, suo amico di gioventù e docente universitario. Pereira: «[…] qui le cose non vanno bene, la polizia la fa da padrona, ammazza la gente, ci sono perquisizioni, censure, questo è uno stato autoritario, la gente non conta niente, l'opinione pubblica non conta niente». Silva: «tu credi ancora nell'opinione pubblica?, ebbene, l'opinione pubblica è un trucco che hanno inventato gli anglosassoni, gli inglesi e gli americani, sono loro che ci stanno smerdando, scusa la parola, con questa idea dell'opinione pubblica, noi non abbiamo mai avuto il loro sistema politico, non abbiamo le loro tradizioni, non sappiamo cosa sono le trade unions, noi siamo gente del Sud e ubbidiamo a chi grida di più, a chi comanda. […] Viviamo nel Sud, il clima non favorisce le nostre idee politiche, laissez faire, laissez passer, è così che siamo fatti […] Noi abbiamo sempre avuto bisogno di un capo, ancora oggi abbiamo bisogno di un capo»[13].
Ma forse si tratta solo dei limiti che una certa cultura filosofica moderna ha tracciato per definire la sfera pubblica. Probabilmente, limiti che le rivoluzioni dall'altro lato del Mar Mediterraneo mettono in dubbio presentando modalità di intervento, soggettività e ambiti assai diversi da quelli che si è preteso ascrivere in maniera esclusiva alla sfera pubblica. Forse mobilitazioni emotive capaci di coinvolgere più di argomentazioni razionali, forse donne incapaci di giustificare logicamente la loro scelta di portare il velo ma non di raccontarla, forse ambiti come piazze e ciberspazio assai più aperti di parlamenti e gazzette – devono essere considerati a tutti gli effetti sfera pubblica. E forse in tal modo sarà possibile superare quei limiti e riconoscere la possibilità che la sfera pubblica emerga anche in luoghi dove i processi caratteristici della civiltà occidentale si sono solo parzialmente o diversamente dispiegati.
La seconda tesi che possiamo trarre dalle cartoline mediterranee è riferita al rapporto tra tecnica e politica. La questione della tecnica riguarda qualcosa di non tecnico. La tecnica infatti ci pone delle sfide, ci chiede di essere alla sua altezza. Ma la scelta di affrontare tali sfide, l'impegno di essere alla sua altezza, il coraggio di affrontare in alcuni casi il massimo pericolo (si pensi a quello nucleare) riguardano un ambito che la cultura occidentale ha identificato con un termine profondo: «politica». La costruzione faticosa e conflittuale di uno spazio in cui abitare. Una costruzione che può giovarsi della tecnica ma non può delegare alla tecnica quelle che sono decisioni ultime. O almeno non può farlo se si intende strumentalmente la tecnica. Se non si accoglie quella che è forse la sfida decisiva che la tecnica pone: comprendere noi stessi come legati inestricabilmente al mondo che ci circonda, come co-implicati nella seconda natura che il nostro agire ha contribuito a far emergere, come esseri tecnici, dunque.
Nel caso dei Paesi arabi (ma non solo in questi) la politica riguarda tanto bisogni atavici, come il cibo, quanto bisogni di libertà, come quella di espressione. Sono questi bisogni che entrano in cortocircuito con le nuove tecnologie di comunicazione. Ne spingono l'uso e ne usano le potenzialità. Si apre così un circolo virtuoso: le necessità «politiche» chiamano la tecnica e questa a sua volta chiama la politica. I processi sono lunghi e tortuosi. Non basta connettere telematicamente le persone per creare un nuovo regime politico, per giunta democratico. Occorre impegno nel disegnare possibili mediazioni. Occorre far crescere un tessuto di relazioni politiche. Occorre coltivare con pazienza un terreno che inizialmente, a volte, sembra davvero arido. E né si può ridurre la democrazia a una tecnica, quella elettorale, magari facilitata dai nuovi mezzi di comunicazione. La ciberdemocrazia non può assolutamente essere intesa come una democrazia senza politica. Deve invece essere colta come un'occasione nuova per rivitalizzare e magari per arricchire nel tempo e nello spazio la democrazia, un regime di conflitti e da conquistare ogni volta di nuovo e non un regime irenico e concesso una volta per sempre. E proprio un scrittore arabo ha avvertito con perspicacia che «la democrazia è una cultura, non un gadget. A convivere sulla base del rispetto reciproco si impara, e ciò richiede tempo: non si diventa democratici dall'oggi al domani. Anche se si è lottato per vivere in un sistema improntato alla libertà e alla democrazia, com'è il caso dei Paesi arabi nei quali sta soffiando il vento della democrazia, non per questo si accede a uno stato di diritto con un semplice tocco di bacchetta magica»[14]. Dall'altra sponda del Mediterraneo, così come dalla nostra, si è sempre in cammino verso la democrazia. In cammino anche su sentieri digitali.



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[1] A. RAFAT, Iran la rivoluzione online. L'onda verde che travolge il paese degli ayatollah, Cult Editore, Firenze 2009, p.33.
[2] Ivi, p.81.
[3] Ivi, p.72.
[4] Ivi, p.65.
[5] S. RODOTÀ, Il diritto al cibo, "Alfabeta2", II (luglio-agosto 2011), n. 11, p.23.
[6] Ibidem.
[7] Ivi, p.24.
[8] A. AL-ASWANI, La rivoluzione egiziana, Feltrinelli, Milano 2011, p.25.
[9] Ivi, p.26.
[10] P. JEDLOWSKI, I caffè e la sfera pubblica, in P. JEDLOWSKI - O. AFFUSO (a cura di), Sfera pubblica. Il concetto e i suoi luoghi, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2010, p.35-41.
[11] J. LEBKOWSKY, Democrazia estrema in stile blog, in D. KLINE - D. BURSTEIN (a cura), Blog! La rivoluzione dell'informazione in politica, economia e cultura, Sperling & Kupfer, Milano 2006, p.40.
[12] Cfr. A.M. MEDICI (a cura di), Yemen: la crisi e la sicurezza, Mimesis, Milano 2011.
[13] A. TABUCCHI, Sostiene Pereira, Feltrinelli, Milano 1994, 36 ed. 2011, p.64.
[14] T. BEN JELLOUN, Una Primavera non fa democrazia, in "L'Espresso", 3 novembre 2011.

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