I processi di globalizzazione in atto esercitano un impatto profondo anche sulle realtà economiche locali. Quali sono le principali conseguenze in Umbria ed i più rilevanti mutamenti intervenuti?
In primo luogo ha generato un allungamento della filiera produttiva che interessa sia i processi di input che di output.
In questi anni vi è stata l’espansione delle catene del valore che toccano i punti più disparati del globo per le fasi di acquisizione delle materie prime, con conseguente allungamento territoriale della supply chain e, sul versante opposto, un proliferare di strutture distributive per collocare in mercati esteri i prodotti.
Si è assistito alla delocalizzazione delle aree a basso costo di lavoro ed ad alto contenuto di manodopera soprattutto verso i paesi dell’Est europeo (Romania in primis) e del Mediterraneo.
Contemporaneamente si sono aperti nuovi mercati nei paesi in via di sviluppo (Cina, India, Brasile, Russia).
Si è arricchita la complessità organizzativa dei sistemi gestionali. Quindi anche le imprese di dimensioni medio-piccole hanno assunto equilibri internazionali, trasformando un assetto baricentrato su una dimensione locale degli affari in un altro vocato ad una prospettiva più ampia.
Tutto ciò ha comportato una riqualificazione manageriale ed un innalzamento delle competenze professionali presenti in azienda.
La partecipazione a pieno titolo ai flussi internazionali ha esposto l’Umbria alle altalenanti congiunture internazionali compresa quella recessiva che ha avuto inizio nel 2008.
Così mentre nei decenni passati la nostra Regione viveva con un certo ritardo i cicli economici, oggi, al contrario, è immersa pienamente in una realtà globale risentendo immediatamente degli effetti.
Quale grado di internazionalizzazione mostra la realtà economica dell'Umbria e quali sono le risorse attraverso le quali è possibile far fronte alle sfide poste dalla globalizzazione sotto il profilo dell'innovazione e della competitività?
L’Umbria soffre storicamente di un basso livello di internazionalizzazione. Il peso dell’export è pari all’incirca al 16% del PIL rispetto al quasi 23% della media nazionale.
Tale divario dipende, in parte, dalla composizione merceologica e per la parte più rilevante dalle ridotte dimensioni delle imprese.
In termini di investimenti diretti all’estero notiamo per la Regione un modesto indice di internazionalizzazione attiva così come allo stesso modo anche l’attrattività di capitali stranieri misurata dalla presenza di multinazionali a partecipazione estera è piuttosto bassa.
Le risorse su cui far leva per fronteggiare i nuovi contesti competitivi sono la conoscenza, la valorizzazione delle competenze professionali e la territorialità dello sviluppo.
Quali sono i settori trainanti dell'economia locale e quali invece quelli che appaiono maggiormente coinvolti dalla crisi economica e finanziaria?
La locomotiva in Umbria è il settore industriale il quale assorbe poco meno di un terzo degli occupati e genera il 30% del valore aggiunto. È esposto alla concorrenza internazionale e soggetto a migliorare le proprie prestazioni per non uscire dal mercato.
Il vasto ambito dei servizi tende, invece, soprattutto per l’ampia presenza del settore pubblico, a ridurre la propria capacità di traino dell’economia locale. In esso, infatti, sono ampiamente presenti comparti di tipo tradizionale che vivono del mercato locale poco inclini a trasformarsi in drivers.
Importanti potenzialità presenta la filiera turismo-ambiente-cultura che si posiziona intorno all’8% del valore aggiunto. Per il suo sviluppo è necessaria una coerente ed efficace politica di promozione e di qualificazione dei servizi.
Vi sono imprese che possono essere considerate avanzate dal punto di vista dell'innovazione tecnologica o, a suo avviso, si tratta di un ambito sul quale è ancora necessario investire risorse? Quanto sta giocando la crisi dei mercati in questo ambito?
Riteniamo che gli attuali assetti imprenditoriali rendano superata la distinzione tra settori in funzione del livello tecnologico. La letteratura più aggiornata e qualificata suggerisce di non parlare più di settori maturi o avanzati, ma di imprese concorrenziali o meno. Dato che l’innovazione tecnologica è pervasiva vi possono essere aziende molto avanzate per l’uso di tecnologia in ambiti c.d. maturi (es. moda, alimentare) e viceversa processi industriali obsoleti in comparti considerati avanzati. Questo fa si che la politica industriale regionale, giustamente, non persegua più l’obiettivo superato di trasformare l’apparato produttivo ma di potenziarlo proprio perché ciò che conta è la concorrenzialità dell’operatore e non l’appartenenza merceologica.
Il tessuto industriale della regione appare in gran parte costituito da una realtà produttiva piuttosto frammentata. Le piccole e medie imprese si trovano a dover fronteggiare problematiche e difficoltà diverse rispetto a quelle delle grandi industrie, così come differenti sono i loro possibili punti di forza. Piccolo e medio è veramente una risorsa o, nelle condizioni attuali, una potenziale fragilità, specie in assenza di un efficace sostegno ed intervento pubblico?
È una risorsa se si riesce a combinare flessibilità ed economie di scala e di scopo. Per questa ragione le imprese cercano occasioni di collaborazione aziendale, rapporti di partenership e sinergie collaborative. Da qui l’attualità del tema delle reti di impresa da poco disciplinato anche con normativa nazionale.
La piccola dimensione si trasforma in debolezza se si caratterizza come isolamento produttivo e culturale, presenza residuale del mercato di dipendenza passiva dai grandi committenti.
In questi ultimi anni assistiamo in Umbria ad un importante sforzo per fare rete e fino ad ora si possono contare più di 100 esperienze formalizzate di raggruppamenti coinvolgenti complessivamente oltre 500 aziende.
Per operare una riflessione sui mutamenti che progressivamente interessano il mercato del lavoro, occorre valutare anche il fattore immigrazione: qual è la sua incidenza a livello locale e quali le principali modificazioni che ne derivano?
I punti deboli del nostro mercato del lavoro sono costituiti dal sotto-utilizzo delle competenze intellettuali e dal basso tasso di occupazione femminile.
Il primo nodo è risolvibile attraverso un innalzamento delle funzioni aziendali valorizzando quelle che generano maggiore valore: progettazione, pianificazione strategica, logistica, assistenza, controllo.
Il secondo aspetto richiede una più intelligente politica del lavoro volta a favorire la flessibilità mediante un più ampio uso degli strumenti che consentono di conciliare il lavoro di cura con quello d’ufficio.
L’immigrazione è assorbita nelle funzioni produttive delle imprese sopratutto nei settori dell’edilizia e della meccanica pesante oltreché, ovviamente, nell’ambito dei servizi alla persona.
Un elemento che è legato al proliferare di settori a basso valore aggiunto nei quali vengono occupati gli immigrati è la riduzione della produttività pro capite compensata da un incremento del livello occupazionale. Questo spiega in parte le caratteristiche dello sviluppo degli ultimi anni che è stato di crescita del PIL con occupazione senza produttività.
Una riflessione sullo sviluppo economico e sulla produttività non può prescindere dal prendere in esame anche i fenomeni della disoccupazione e del cosiddetto “lavoro sommerso”, in cui si diffondono e proliferano rapporti lavorativi irregolari e privi di qualsiasi garanzia e tutela. Quali strategie possono essere messe in campo in risposta a tali problematiche e quale il ruolo di Confindustria al riguardo?
Confindustria ha sempre contrastato con determinazione il lavoro irregolare o sommerso. Cito un caso tra tutti: il DURC. Pochi sanno che la nostra organizzazione lo ha ideato, proprio in Umbria e prima in Italia, in occasione della ricostruzione post terremoto del ’97, per contrastare fenomeni di illegalità, di insicurezza e di evasione contributiva.
La linea di indirizzo è la medesima anche nel corso di questi anni, tenendo conto dell’interesse delle imprese rappresentate di contrastare ogni forma di concorrenza sleale derivante dallo sfruttamento di manodopera irregolare
Lavoro e sicurezza. Si tratta purtroppo di un tema fortemente presente nel dibattito pubblico attuale a causa della drammatica situazione nazionale. Quali finanziamenti e quali politiche sociali vengono attivati in tale direzione nella nostra regione per garantire una maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro? E quali, a parere di Confindustria, dovrebbero essere messi in atto?
Puntiamo in modo deciso sulla politica delle prevenzione che si fonda sull’informazione, sulla formazione e sulla responsabilità. Abbiamo sottoscritto un accordo con l’INAIL e con l’Ufficio Regionale del Lavoro per diffondere tra le imprese le migliori pratiche per la gestione della sicurezza quali i sistemi OHSAS ed UNI INAIL. Preciso che la sicurezza è la priorità numero uno nel programma dell’attuale Presidente di Confindustria Perugia e che ad essa stiamo lavorando alacremente perché rendere i posti di lavoro sicuri è un traguardo di civiltà.
Inoltre su tale argomento vorrei citare l’impegno nella formazione. Grazie all’operatività dei fondi interprofessionali ed, in particolare, di Fondimpresa, numerosi sono i corsi realizzati o in corso di realizzazione presso le aziende aventi ad oggetto, appunto, la formazione in materia di sicurezza.
Un elemento determinante nella valutazione dello sviluppo raggiunto da una determinata realtà economica è rappresentato, oltre che dalle strutture produttive che operano sul territorio, dalla classe imprenditoriale. Sotto questo profilo, la nostra regione sembra caratterizzata, da un lato, da una profonda continuità – testimoniata da realtà produttive fortemente consolidate nel territorio ed intrecciate alla sua storia – dall'altro, da una altrettanto marcata discontinuità, che ha visto intervenire negli anni sensibili mutamenti anche all'interno della classe imprenditoriale della regione. Si può dire che ci portiamo dietro un secolare problema, non solo umbro ma nazionale, cioè la carenza di una classe imprenditoriale e di uno spirito imprenditoriale, stretto talvolta tra avventurismo e difficoltà di muoversi senza garanzie e tutele politiche? Esiste un problema di formazione della classe dirigente a livello economico, e non solo politico? Come la si può affrontare nel nostro contesto locale?
Esiste in Umbria indubbiamente un problema di imprenditorialità perché ancora troppo pochi, soprattutto i giovani, sono coloro che avviano proprie attività industriali. Sia sufficiente pensare che sulla base dei dati forniti dall’Ateneo perugino sono pressoché inesistenti i neolaureati che hanno intrapreso il cammino di imprenditori industriali.
Ciò comporta che la classe imprenditoriale industriale sia prevalentemente erede dei propri predecessori e che quindi abbia un forte contenuto familiare. Se noi aggiungiamo che sono rarissimi i casi in cui gli esponenti del mondo della cultura e delle professioni si confrontano con la sfida di dare vita ad organizzazioni produttive si capisce come il gruppo dirigente industriale possa scontare carenze.
Non bisogna per altro cadere nell’errore di considerare incompatibili managerialità e familiarità. Ma non vi è dubbio che la scarsa mobilità sociale tende a cristallizzare anche il mondo industriale e quindi ad indebolirne la sua capacità di interpretare i processi in atto nella società e di dare ad essi una risposta secondo una logica che privilegi non il tornaconto di parte ma l’interesse generale.
Quali sono i meccanismi di selezione di tale classe imprenditoriale? E quale ruolo svolgono (o non svolgono) la scuola e l'Università nei processi relativi alla loro formazione?
La classe imprenditoriale la seleziona il mercato. Sia la scuola che l’università non sono ad oggi palestre che preparano ed invogliano i giovani ad intraprendere. D’altra parte, l’organizzazione rigida degli assetti sociali tende a riprodurre gli equilibri esistenti e a rinnovare di generazione in generazione i compiti e le responsabilità.
Per contrastare questo fenomeno i Giovani Imprenditori di Confindustria di Perugia, in linea con le finalità generali del Movimento dei Giovani Imprenditori di Confindustria, da molti anni sono impegnati a stimolare i ragazzi ad intraprendere sostenendo la diffusione della cultura dell’impresa.
Il Gruppo che presiedo ha posto in essere vari progetti orientativi ed ha l’ambizione di costituire un luogo di formazione e di riferimento per quanti si affacciano al mondo aziendale. Con soddisfazione ricordo come tra i suoi componenti figurino, oltre ad espressioni di famiglie imprenditoriali che hanno fatto la storia dell’industria umbra, tanti ragazzi imprenditori di prima generazione.
Debbo anche infine considerare che, nel panorama complessivo della classe dirigente locale, la componente imprenditoriale non è certo seconda a nessuno per capacità di generare sviluppo per responsabilità nei confronti della comunità e per opportunità che offre ai giovani umbri.
Vi è, a suo avviso, una sufficiente attenzione, a livello locale, per uno sviluppo sostenibile in un'ottica di lungo periodo sia sotto il profilo sociale che ambientale?
Certamente. Il Patto per lo Sviluppo che abbiamo sottoscritto mira proprio a far coesistere l’incremento del reddito prodotto con il miglioramento delle condizioni di vita.
Del resto, oggi non vi è più nessuno che separi il benessere economico da quello sociale, individuale, personale e quindi poco senso avrebbe una politica sia regionale che industriale volta a separare ciò che invece è fortemente unitario. Si pensi, in conclusione, ai recentissimi tentativi di ridefinire le categorie costituenti il valore prodotto da un sistema economico per includervi aspetti relazionali e materiali che tanto incidono nella qualità della vita.
Intervista realizzata nel dicembre 2009
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