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Guareschi, non solo un umorista

Guido Conti

Chi è Giovannino Guareschi? Un umorista, un giornalista, un inventore di giornali, uno straordinario disegnatore satirico, un polemista, un anarchico, un monarchico sotto la monarchia ma difensore dell’autorità del parlamento quando in Italia, nel dopoguerra, il popolo sceglie la Repubblica. È stato un designer a tutto tondo, capace di progettare mobili, lampadari, caminetti, e anche la propria firma come marchio di fabbrica di tutta la sua opera. È stato un uomo di pace, che ha sempre lottato per la verità, e soprattutto non si può etichettare come un fascista perché ad Alessandria, dopo l’8 settembre, invece di aderire alla Repubblica di Salò, decise di salire su un carro bestiame e di farsi quasi due anni di campo di concentramento in Germania e in Polonia. Tutto questo dopo che la notte del 14 ottobre del 1942, in una Milano completamente al buio per paura dei bombardamenti, Giovannino grida ubriaco tutto il suo dolore dopo aver avuto notizie del fratello disperso in Russia, sfogando la sua rabbia contro Mussolini & company. Arrestato, perde tutte le collaborazioni ai giornali, meno che al “Bertoldo”, lasciandolo libero dopo avergli dato da bere dell’ammoniaca che gli bucò per sempre lo stomaco. Ha scritto per la pubblicità, (Vedi Toto e Tata per Carosello) e per la radio italiana, inventando programmi come i Processi alla Radio, che la BBC voleva portare in Inghilterra, un format processuale antesignano di quelli che vediamo oggi in televisione. Com’è dunque possibile racchiudere sotto un’etichetta la figura di questo scrittore, conosciuto soprattutto per don Camillo, Peppone e il crocifisso che parla?

Guareschi è uno scrittore che rientra in una tradizione che le storiografie letterarie di Asor Rosa o di Giulio Ferroni, tanto per citare le più note, ignorarono volutamente. La scelta ideologica di una critica miope spesso incapace di leggere la complessità del Novecento in tutte le sue sfumature, ha seppellito per oltre quarant’anni la figura e l’opera di Guareschi, reo, verso la fine degli anni sessanta, in un clima di rivoluzione giovanile, di collaborare con gli ultimi racconti di Don Camillo al “Borghese” diretto da Mario Tedeschi. L’ostracismo della politica e della critica ufficiale ha relegato non solo Guareschi ma tutta la tradizione umoristica nel dimenticatoio. Chi fa critica deve lavorare sul campo, sui documenti, sui materiali, senza porsi il problema di leggere ideologicamente uno scrittore o di imporgli griglie preconfezionate, specialmente oggi che urge la necessità di rileggere il Novecento in maniera meno ideologica ma più libera e fuori dai generi canonici.

Guareschi è figlio di Carlo Collodi. L’autore de Le avventure di Pinocchio scrive sui giornali umoristici dell’epoca come “Il Lampione”, è un fine critico musicale e scrive pezzi brevi e brevissimi per i giornali umoristici riallacciandosi alla tradizione “sterniana”, della nostra narrativa tra otto e novecento, come ha chiarito Daniela Marcheschi nell’introduzione al Meridiano Mondadori dedicato a Carlo Collodi. Collodi è il primo di una lunga tradizione di autori che scrivono sui giornali umoristici, disegnano e lavorano sulle forme brevi del racconto scritto e pensato per i giornali. Nel Novecento, sui giornali umoristici come “l’Asino” (1892-1921) con Galatara e Podrecca, “Il becco giallo” (1924-1926) di Alberto Giannini, “Marc’aurelio” (1931-1945) fondato da Odern Cotone e Vito De Bellis, “Bertoldo” (1936-1943) di Mosca e Metz, fino al “Candido” (1946- 1961) di Mosca e Guareschi, collaborano scrittori come Cesare Zavattini, Vittorio Metz, Giovanni Mosca, Marcello Marchesi, Giuseppe Marotta, Achille Campanile, Ennio Flaiano, Furio Scarpelli, Ettore Scola e il giovane Fellini. È una tradizione molto complessa perché i giornali umoristici, invisi al partito fascista, prosperano anche sotto la dittatura del ventennio, dimostrando ancora una volta che quella tradizione pubblicistica è un fenomeno sociale, letterario e di costume che nasce intorno al 1860, attraversa tutto il Novecento e prosegue, in maniera più o meno carsica negli anni del dopoguerra con le fanzine degli anni sessanta e “Il Male” degli anni settanta, “Cuore” e Comix” negli anni Novanta.

Guareschi è uno dei protagonisti di questa tradizione letteraria, inventa giornali, è uno straordinario disegnatore satirico e scrive racconti e pezzi satirici che influenzano profondamente l’opinione pubblica popolare. Il primo volume Don Camillo, mondo piccolo, è prima di tutto un romanzo politico. Per volontà di Guareschi il volume esce nel marzo del 1948, un mese prima delle prime elezioni libere dell’aprile del 1948. Oggi noi leggiamo quel volume non più in un clima infuocato come quello che portò in Emilia ad ammazzamenti e regolamenti di conti sia a destra che a sinistra, con oltre cento preti morti nel cosiddetto triangolo rosso. Per questo Guareschi ha bucato il suo tempo. Oggi leggiamo il primo volume Don Camillo e tutta la saga degli oltre trecento racconti scritti in oltre vent’anni, fino al 1968, come una straordinaria epopea narrativa che non ha eguali nella storia della tradizione del novecento perché Guareschi, ignorando volutamente tutte le mode e le correnti ideologiche del Novecento, si riallaccia direttamente alla tradizione della novella morale italiana con protagonista un prete o un santo.

Guareschi innova nel Novecento la tradizione della novella morale boccaccesca, che fu poi del Piovano Arlotto, o delle raccolte di fioretti di san Francesco. Siamo cioè in ambito religioso con epopee aperte, che non iniziano e non finiscono mai, che potrebbero continuare all’infinito, con al centro un religioso, furbo, manesco, intelligente, in lotta con il mondo come ha ben definito il Folena dell’edizione Ricciardi dei Motti e facezie del Piovano Arlotto.

La popolare figura di don Camillo, oltre ad inserirsi nella storia della tradizione letteraria italiana, diventa, per volontà di Guareschi, anche un’arma di propaganda. Gli ultimi racconti del libro, profondamente legati tra di loro, portano nel titolo la paura. Paura racconta del timore di Peppone di un ritorno alla dittatura fascista, mentre in La Paura continua c’è don Camillo che discute animatamente con il Crocifisso della paura del «pericolo rosso», e dimostra, ancora una volta, come questo sia il clima che si respira nell’Italia fino al 1948, tra aspirazioni rivoluzionarie, vendette trasversali, regolamento di conti, desiderio di pace, stabilità e democrazia, e paura di un ritorno alle dittature, di qualunque colore esse siano. Il 14 luglio del 1948 l’attentato a Palmiro Togliatti, ferito con due colpi di pistola dall’estremista di destra Antonio Pallante, mettono in crisi la già difficile situazione politica e sociale. La saga di don Camillo è una delle operazioni letterarie e politiche più importanti del Novecento con cui Guareschi cerca, nel marzo del 1948, di influire, grazie al successo del personaggio, sulle prime elezioni libere e impedire l’ingresso dei comunisti nel primo governo della Repubblica.

Con don Camillo non siamo nel genere del romanzo ma, per usare un concetto bachtiniano, nel cronotropo dell’epopea. Giovannino fonde tempo storico e tempo mitico in un tempo ciclico. Attinge alle origini del mondo chiudendo insieme l’anno 1947 e il primo volume di racconti. In questo modo l’epopea di don Camillo, Peppone e il Crocifisso che parla si chiude temporaneamente, e può ricominciare subito con una nuova serie di episodi. I racconti, fortemente radicati al tempo e alla cronaca che li ha visti nascere, sono così rilanciati in un’aura atemporale che li porta fuori dal loro tempo. Perché le storie di don Camillo sono «favole» non racconti realistici. Attingono alla storia per diventare «favola» come dice chiaramente nei suoi intenti poetici l’autore quando parla di “favole vere”. E le storie di Guareschi hanno fatto il giro del mondo, con un rendiconto di oltre cinquantamila copie vendute in Corea del sud dov’è stato tradotto negli ultimi anni. Con oltre trecento edizioni e traduzioni in tutte le lingue, con oltre venti milioni di copie vendute, quale altro autore italiano ha tanta fama all’estero ancora oggi come Giovannino?

Don Camillo inoltre è un libro che ridisegna la geografia umana e letteraria dell’Emilia. Nei primi tre racconti introduttivi, Guareschi fa un’operazione antropologica e culturale rivoluzionaria. Ridisegna la geografia letteraria della Bassa, quella fetta di terra tra gli Appennini e il Po, che diventa un fiume serio solo dopo Piacenza. In questa terra i cani hanno un’anima e fanno spostare i binari del tram; i fantasmi dei morti parlano ai vivi e se c’è da parlare con Dio perché il figlio sta male, si va in chiesa con il fucile. Nella favola anche il Crocifisso parla agli uomini, e in questo modo elimina dall’orizzonte della sua narrazione non solo il motto di Nietzsche “Dio è morto!”, ma tutto il nichilismo esistenzialista che segna il Novecento.

Come scrittore, Guareschi ha scritto altre saghe. Oltre a quella di don Camillo, s’impone all’attenzione della critica letteraria con la saga novecentesca della famiglia Guareschi, uno straordinario spaccato della società italiana che va dagli anni trenta fino alla morte di Giovannino avvenuta il 22 luglio 1968 a Cervia. Un lavoro unico, straordinario, in cui Giovannino si confronta con i grandi umoristi della redazione del “Bertoldo” e con la vita tragicomica a Milano da provinciale.

La rubrica “Le osservazioni di uno qualunque” esce per la prima volta sul “Bertoldo” nel numero 29 del 13 giugno 1939. È una data importante che segna la nascita vera e propria del Giovannino scrittore che ama raccontarsi e raccontare la propria vita. È anche la data d’inizio della grande epopea della famiglia Guareschi che continuerà fino alla morte, passando attraverso il “Telecorrierino delle famiglie” e poi su “Oggi” alla fine degli anni Sessanta. Sul “Bertoldo” la sua scrittura si struttura in una rubrica settimanale, iniziando così quel lungo percorso di scrittore che durerà quasi trent’anni. Giovannino diventa il protagonista delle sue storie, in una lunga e complessa autobiografia famigliare, prima con Ennia poi con i due figli, che rappresenta, nel Novecento, un unicum nella storia della letteratura italiana. I grandi umoristi prendono spunto dalla propria vita che talvolta non ha nulla di umoristico ed ha aspetti tragici. Gli scrittori come Giovannino sono capaci di quello sdoppiamento ironico necessario per far diventare se stessi e la propria vita argomento di un racconto umoristico. Lo sdoppiamento, la capacità di guardare a se stesso e alla propria vita come a un estraneo, era alla base del racconto umoristico giovanile Reparto K: Giovannino torna dall’aldilà per andare a vedere il proprio funerale tra l’indifferenza degli amici. A Milano, ormai trentenne, impara a guardare la propria vita con ironia, racconta e inventa una specie di diario milanese dove annota, scrive e commenta tutto quello che gli capita, con una volontà di riscatto capace, attraverso la scrittura, di dare dignità a una vita apparentemente povera di grandi avvenimenti che non siano quelli quotidiani: una vita da uno qualunque, da italiano medio, senza genio, senza velleità particolari, a livello insomma dei suoi lettori, senza spocchie e senza snobismi intellettuali di sorta. È un grande diario pieno di annotazioni, di raccontini minimi, di piccoli fatti, riflessioni, che diventano materia straordinaria per un umorista come lui.

In questa rubrica c’è Milano protagonista e Giovannino che si descrive come il provinciale un po’ ingenuo, un po’ svagato, che cerca di adeguarsi al ritmo frenetico della città che si sta trasformando in una metropoli. Nella prima puntata si racconta mentre, sperso per le strade, ritorna a casa e con la sua faccia da «pacioccone provinciale» incontra un ricettatore che gli vuol vendere orologi d’oro. Parla della poesia di Milano, di quelli che lubrificano le saracinesche delle vetrine e suonano anche gli organetti di Barberia. Ci racconta delle cartoline dove si vede Milano completamente immersa nell’acqua come Venezia, e dove d’estate fa un «caldo d’inferno». Costruito come un diario giornaliero con tanto di data, Giovannino racconta la sua personalissima «scoperta di Milano» con la visita in Galleria dove perde trentamila lire con il gioco dei tre bottoni. Dopo aver guardato tutti i meravigliosi negozi del centro, e quando lo stomaco lo richiede, il protagonista del racconto si ferma, non a mangiare, ma a guardare le signore che mangiano i pasticcini dietro le vetrine, sedute a tavolino. La forza satirica di Giovannino si puntualizza sulle dentiere delle signore che, nuove, cigolano terribilmente, signore che preparano il brodo con un pollo vivo, completamente calvo e spennato grazie ad una crema depilatoria; un pollo che sta nell’acqua fino a quando non è troppo bollente, creando così un brodino leggero leggero per il marito. Tornato in Piazza Giovannino è felice perché ritrova il Duomo libero da panettoni e da insegne pubblicitarie.

Lo Zibaldino esce sempre nel 1948, quando Guareschi, tornato da ormai tre anni dal lager, sente l’esigenza di rimettere ordine nella propria vita letteraria. Lo zibaldino è specchio di un’altra epopea, più intima e famigliare rispetto a quella di Don Camillo. È l’epopea della famiglia Guareschi che comincia con Giovannino a Milano, per poi arrivare al matrimonio, alla nascita di Albertino e di Carlotta, detta ironicamente la «Pasionaria» per il suo carattere rivoluzionario. È un libro dove Giovannino si sdoppia e diventa personaggio. Nei racconti pubblicati su “Bertoldo” scrive in prima persona, mentre quando pubblica i racconti ne Lo zibaldino diventa personaggio, e prende il nome di «Giovannino», alter ego dell’autore, sua moglie non sarà Ennia ma Margherita. Il titolo Lo zibaldino è una strizzatina d’occhio, ironica e divertita, al più famoso Zibaldone leopardiano. Un modello di libro aperto, non un romanzo, non una raccolta ma nemmeno un diario, uno zibaldino appunto, dove trovano posto racconti, pezzi stravaganti, riflessioni, pagine di diario famigliare. Un altro ibrido novecentesco che si rifà a modelli leopardiani. Ma poi Giovannino fa di più. Costruisce la sua epopea personale, quella della famiglia Guareschi, sul modello del varietè teatrale già sperimentato insieme con Carletto Manzoni prima della guerra a teatro e in radio. Nel libro scandisce i vari periodi in maniera precisa dal punto di vista temporale: 1939-1941, Giovannino a Milano; 1941-1942 l’arrivo di Albertino e le storielle di Guerra; 1945-1946 l’arrivo di Carlotta «La Pasionaria»; 1947-1948, Margherita; a cui si aggiungono in coda 1940-1941 le storie di Albertino, le storie della villeggiatura e quelle in cui parla del suo ritorno dal lager. Tra i vari periodi Giovannino inserisce cinque intermezzi con storie strampalate, raccolte dal “Corriere della Sera” e “Tutto”, materiali extravaganti pubblicati per varie occasioni. Ne vien fuori un libro architettato come un vero e proprio teatrino, dove ad ogni scena compare prima Giovannino e poi via via tutti i componenti della famiglia; ogni quadro è inframmezzato da storie stravaganti, come numeri di cambio scena che servono ad alleggerire la lettura. Non un romanzo, dunque, non una semplice raccolta o un diario, ma un varietè con i personaggi, uno alla volta, protagonisti sulla ribalta come protagonisti. Siamo fuori dalla tradizione del romanzo “romanzo”.

Ne Lo zibaldino inoltre, pezzi come La coscienza a posto pubblicato su “Tutto” nel numero 21 del 1938, o come Il segreto del successo, già pubblicato su “Tutto” nel numero 27 del 1938 portano la morale in fondo. In coda al racconto c’è un capitoletto intitolato proprio «morale» in cui Giovannino tira le somme, come se la letteratura avesse come principale scopo quello di una riflessione, di un insegnamento. E questa è la dimostrazione ulteriore, nel passaggio dal settimanale al volume, del lavoro svolto da Giovannino, l’importanza della finalità morale nella sua letteratura, che, come una corda tesa, ricuce la sua narrativa novecentesca a quella della grande tradizione del racconto morale italiano.

Lo zibaldino si chiude con un ballo, tenero e straziante, con Giovannino che invita quel povero «baccalà» di Margherita, che nessuno fa più ballare perché oramai è vecchia, e la sente leggera leggera come nella giovinezza. Ma prima fa una lunga riflessione sul tempo che passa, sulla sua giovinezza, sul mutare delle cose e l’inarrestabilità del tempo: temi leopardiani, di disperazione leopardiana, ma vissuti senza il nichilismo del poeta ma con il sorriso e la pena nel cuore del narratore della Bassa. È un pezzo di poetica importante, per il giro di boa che sta facendo, dove Giovannino rivela la sua straordinaria sensibilità per i cambiamenti minimi, apparentemente immutabili, con uno sguardo sgomento verso la propria giovinezza perduta per sempre:


Io vado cercando la mia giovinezza ed è questa la mia grande pena, una pena che sempre aumenta perché più la rincorro e più la mia giovinezza sento che s’allontana. Io talvolta cammino di notte per le predilette strade del mio liceo e mi affaccio ai noti portoncini, ma il vento degli anni ha portato via tutte le mie parole come foglie morte, e il buio è muto come una tomba.

Talvolta perdo la grazia della sintesi e vedo improvvisamente il mondo piccolo, quello dei minimi spostamenti, quello degli infiniti numeri che stanno fra l’uno e il due, quello dei microbi del tempo che si affollano a miliardi fra un minuto secondo e l’altro: come guardare il tempo e lo spazio attraverso il microscopio. E allora tutto si muove attorno a me e vedo il mio bambino crescere, e vedo crescere l’alberello nel giardino, e vedo le unghie della mia mano allungarsi, e il figlio bianco ingiallire e non c’è più niente di immobile attorno a me. Ma tutto si muove, tutto cammina, tutto mi sfugge, e un subitaneo sgomento mi assale, e vorrei sottrarmi alla legge maledetta del tempo. E dico «Fermati!» alla mia bambina addormentata, e alla sedia sulla quale sto seduto, perché ho bisogno che anche la mia giovinezza si fermi un istante, sì che io possa volgermi a guardarla fin che sono ancora in tempo. Ma il tempo mi trascina sempre più lontano dal mio passato e mi ruba l’unica mia ricchezza.

Oramai erano le undici e tre quarti e il mio povero baccalà era sempre là, solo solo, al suo tavolo, e un subitaneo sgomento m’assalì perché, ritto dietro Margherita, rivedevo l’irraggiungibile fantasma della mia giovinezza.


Il “Corrierino delle famiglie” è una cronaca settimanale che rappresenta, nel dopoguerra, la naturale evoluzione de «Le osservazioni di uno qualunque». La famosa rubrica del “Bertoldo” continua sui primi numeri di “Candido” fino al numero 28 del 13 luglio del 1947, quando il racconto intitolato Deve pensare a tutto, povera Margherita, appare sotto la famosa testatina con disegnata la famiglia Guareschi al gran completo. Tra i volumi de Le osservazioni di uno qualunque, poi diventato La scoperta di Milano (1942) e il “Corrierino delle famiglie” c’è stato di mezzo Lo zibaldino che, abbiamo visto, è un pezzo della saga della famiglia Guareschi, ma l’autore di Fontanelle, capisce che la struttura e il modo di raccontare il suo mondo famigliare è profondamente cambiato. Cambia il nome perché cambia, nel dopoguerra, la società in cui vive. Il protagonista del “Corrierino” con tanto di Margherita, Albertino e la Pasionaria al seguito, non è più lo svagato e ironico scrittore dell’anteguerra. C’è stato il lager e poi la politica che entra nelle discussioni tra i diversi componenti della famiglia. Un altro mondo, insomma, nasce dalle rovine della guerra e bisogna imparare a vivere, a dialogare insieme, a riallacciare nuovi rapporti umani in quel nuovo teatro tra rovine e ricostruzione .

Chi cura l’uscita del Corrierino delle famiglie in volume sono Carletto Manzoni, amico fraterno e compagno di lavoro insostituibile di Giovannino, e Alessandro Minardi, che durante il periodo della prigione, assume la direzione di “Candido”. Nella premessa al volume Giovannino scrive un’importante pagina di poetica, che mette a fuoco le intenzioni precise del suo lavoro. Seguendo la linea di molti grandi autori europei suoi contemporanei, che raccontano la vita e le storie delle persone comuni e «mediocri», Giovannino individua nella sua famiglia un modello non «eccezionale» da cui attingere per raccontare la vita di tutti i giorni della gente comune. Margherita non è appunto una donna «eccezionale», Albertino e la Pasionaria sono bambini normali, molto comuni. Personaggi «mediocri» dunque, per questo un ottimo modello, un osservatorio privilegiato sulla realtà famigliare di tutti:


No davvero: sono un uomo comune e quindi mi pare, parlando di me e dei miei, di fare un po’ la storia dei milioni e milioni di uomini comuni che, con la loro assennata mediocrità, tengono in piedi la baracca di questo mondo. Quella baracca che gli uomini «eccezionali», gli uomini «fuor dal comune» tentano di scardinare con la loro genialità.


Giovannino scopre che dentro la famiglia comune ci sono piccoli problemi quotidiani che hanno l’aspetto delle tragedie vere:


Perché io vi parlo sempre di me e della gente di casa mia? Per parlarvi di voi e della gente di casa vostra. Per consolare me e voi della nostra vita banale di onesta gente comune. Per sorridere assieme dei nostri piccoli guai quotidiani. Per cercar di togliere a questi piccoli guai (piccoli anche se sono grossi) quel cupo color di tragedia che spesso essi assumono quando vengono tenuti celati nel chiuso del nostro animo.

Ecco: se io ho un cruccio, me ne libero confidandolo al Corrierino. E quelli, fra i lettori del Corrierino, che hanno un cruccio del genere nascosto nel cuore, trovandolo raccontato per filo e per segno nelle colonne del Corrierino, si sentono come liberati da quel cruccio.


Scrivere dunque è come una tensione terapeutica verso se stessi e gli altri, sia che si racconti della vita in casa, sia che si parli della politica italiana. Se la satira politica nasce dall’indignazione, la narrativa del “Corrierino” ha come fonte sorgiva il peso di una quotidianità comune che a volte ha un «cupo color di tragedia». E sotto fatti comuni, di giochi e situazioni all’apparenza normali, si nascondono paure e angosce reali. Il primo racconto Gli eredi è esemplare a questo proposito. Racconta di un gioco affettuoso ma in verità tremendo, che Margherita ama fare con Alberto e la Pasionaria, ovvero, cosa lascerà ai due se lei dovesse morire presto: la litigata dei fratelli tra le lacrime, perché uno ha avuto la bicicletta piuttosto che la motocicletta, è esemplare dei drammi che accadono alla morte dei parenti stretti. Dividersi l’eredità, risolta dai due pargoli con l’appiccicare bollini rossi e verdi agli oggetti di casa, si chiude con lo scherzo della Pasionaria che mette il suo bollino rosso in fronte al padre. Sotto l’apparente gioco, tra sorriso e ironia, Guareschi racconta un’angoscia vera, un dramma paventato che si vive in tutte le famiglie, che porta spesso al litigio furioso dei figli sull’eredità.

Anche nel “Corrierino” Giovannino reinventa la realtà, riscrive non più la sua autobiografia ma quella della sua famiglia in maniera umoristica, raccontando fatti estremamente seri. Sotto l’apparente frivolezza dei fatti privati, Giovannino racconta il «cupo color di tragedia» di tutti. Nelle piccole note di vita quotidiana c’è sempre un aspetto problematico di fondo che racconta il vivere della famiglia. E questa è la chiave fondamentale per scardinare il vero significato dell’altra grande epopea novecentesca di Giovannino, l’unica che parla di una famiglia comune italiana che attraversa la storia del nostro paese per quasi quarant’anni. Oggi diremmo una telenovela antelitteram, non un romanzo, ma una saga famigliare straordinaria, dal sapore di feuilletton. Un unicum, per la complessità del valore umano e artistico insieme, completamente ignorato dalla critica e dalle attuali storie della letteratura, a dimostrazione, se ce ne fosse ancora bisogno, dell’assoluta necessità di riscrivere, non un novecento, ma un ottonovecento molto più ricco e articolato di quello asfittico e museale raccontato da molte storie della letteratura invecchiate e polverose, senza vita, e prive di aperture critiche che diano ragione di fatti volutamente ignorati per motivi ideologici, politici e di carriera universitaria.

I due anni tragici vissuti nel lager sono stati sconvolgenti. Il periodo che va dal 9 settembre del 1943 alla primavera del 1945 hanno segnato indelebilmente questo scrittore che si trova a fare l’umorista in un campo di concentramento IMI (Internati Militari Italiani). Guareschi è forse l’unico scrittore europeo, che ad oggi conosco, che abbia fatto l’umorista nei campi di concentramento. Il suo lavoro di scrittore satirico, grazie alla lezione del “Bertoldo”, passa attraverso la censura nazista del campo, e Giovannino scrive articoli, favole e diventa esso stesso un giornale umoristico, il “Bertoldo parlato”, andando di baracca in baracca a leggere i suoi pezzi per tenere alto il morale dei suoi compagni. Diario Clandestino uscito nel 1949, è un capolavoro dello scrittore e dell’uomo di pace.

Giovannino esce da quel cataclisma senza odiare nessuno e ha ritrovato un amico, se stesso, spogliato anche di quella maschera gonfia di grasso che non ha mai amato e che talvolta ha preso in giro sulle colonne del “Bertoldo”. Ha perso quasi quaranta chili. Il suo volto, come si può vedere dal ritratto che gli ha fatto il suo amico e collega Coppola che dorme sopra il suo castello e canta tutto il giorno, è scavato e nervoso. Sono scomparse le tracce della pinguedine ma resta il vero Giovannino, quello di molti anni prima, con due grossi baffi neri che si porterà fino alla tomba. Sono baffi come quelli di suo padre, come hanno gli uomini della bassa, ma anche memoria, in volto, di una violenza subita da non dimenticare, un marchio nell’autografo di chi è sopravvissuto e di chi ha imparato ad amarsi. E poi piacciono a Ennia. Giovannino specchiandosi in quel disegno di Coppola ha capito che il lager ha fatto cadere la maschera dell’uomo gonfio di adipe e ritrova la sua umanità più vera e profonda, ridotta all’osso. Un’essenza radicale. Nel Diario Clandestino di Giovannino c’è l’urgenza di ribadire quella necessità sociale di ritornare alle vere radici della democrazia, che non dimentica il bene comune, la solidarietà e i morti, «perché bisogna anche tener conto dei Morti, nella vera Democrazia» scrive Giovannino. Nell’Italia del primo dopoguerra tutto questo sembra scomparso o presto dimenticato nel giro di un paio d’anni. Il Diario Clandestino ha un forte valore politico di testimonianza per non dimenticare ciò che è accaduto e le fondamenta che hanno dato vita alla democrazia di un paese libero e civile. Ma è anche il libro, insieme al Grande Diario, di un cristiano e di un uomo religioso senza bigottismi, che sopravvive abbandonandosi completamente alla Divina Provvidenza.

Così anche nella sua esperienza di uomo, nelle secche della guerra, dove la vita ristagna, dimenticati da tutti, Giovannino si ritrova nel lager a resistere e a lottare tra malattia e fame, senza lasciarsi vincere dall’egoismo. E scrive per tenere alto il morale degli altri internati, capisce che la letteratura e l’umorismo possono essere una valida medicina contro la morte e la sofferenza. La testardaggine di emiliano della Bassa gli fa scrivere «Non muoio neanche se mi ammazzano!».

Fame e sofferenza sono un ritorno alle fonti della vita, alle origini dell’uomo. Con la fame che si unghia al suo stomaco, Giovannino rinchiuso in un girone infernale, ha tutte le attenzioni possibili per un’allodola che si alza in volo, libera di cantare nell’aria, oppure per la neve che si ghiaccia sui reticolati come tanti piccoli fiori bianchi, e in quel segno gli occhi di Giovannino leggono la presenza della bellezza e di Dio. Avverte i cambiamenti delle stagioni, con una malinconia feroce. Non fa comicità ma nel lager ritrova, tra malinconia e pietà, l’umorismo che nasce anche nelle peggiori situazioni. Dalla follia burocratica delle lettere spedite a casa in ventiquattro righe, individua una serie di personaggi che vivono nel lager come il barattoliere, che passa tutto il giorno a impastare e friggere ogni cosa, dalle rape alla farina, e alla fine vomita tutto, o il brandellista che ha venduto parte del proprio corpo, come una natica, una tibia o il cervello per un po’ di tabacco e un crostino di pane; o l’achiquestiere, che giudica le parti in cui sono divise le patate: oppure i Volga Volga, quelli destinati allo svuotamento delle latrine con enormi secchi. Non più nomi ma comportamenti, non più singoli ma atteggiamenti. Così Giovannino racconta l’uomo che cerca di sopravvivere all’inferno, tra piccoli egoismi e pietà, tra comprensione e compassione.

Nella follia umana Giovannino scorge anche una scintilla di umanità quando si avvicina a lui Roberto Rebora, il poeta, che nel giorno del suo compleanno gli regala il pacchetto di sigarette della sua razione. Un gesto, quello dell’amicizia gratuita, che nel luogo dell’annientamento che spinge all’egoismo, per salvare la propria pelle, salva l’umanità e la sacralità dell’uomo.

Ogni pezzo del Diario Clandestino è stato letto, approvato e applaudito più volte nelle baracche. Come saranno stati letti questi racconti? Che reazioni avranno provocato in quei prigionieri ridotti a pelle e ossa, distrutti nel morale, sfiancati dalla noia e dalla fame? Non sono articoli scritti dopo, nel tempo del ritorno e della memoria, ma dentro il lager, quando Giovannino registra in presa diretta, con il sorriso sulle labbra, i vizi degli uomini dentro le baracche. Giovannino mette in luce, di fronte a loro, ciò che di disumano e di profondamente umano c’è nel comportamento suo e dei compagni. Come sarà stato accolto il pezzo sulla logorroica follia di chi parla sempre di mangiare? Guardando nello specchio la deformazione morale del loro comportamento, gli internati avranno riso? E quello sul senso d’ingiustizia che vive ogni internato dopo la divisione delle patate, dopo la lettura, come saranno rimasti i prigionieri? Non c’è moralismo in Giovannino ma attraverso l’umorismo e il racconto scardina i vizi dell’uomo demolito nel fisico e nel morale in cerca di giustizia.

In Giovannino c’è pietà verso gli altri e verso se stesso, ma non pietismo. Una pietà che nasce dalla lucidità di uno sguardo che non odia e che non giudica, che guarda e attende la fine della follia come capita con la figura del pendoliere, «un’oscillazione travestita in aspettativa di rimpatrio» o il tentenniere, «un dilemma travestito da internato». Come scrive Mosca, sono descrizioni drammatiche e insieme comiche, ma anche profondamente umane, dove non vengono raccontati gli uomini ma le tipologie che si possono ritrovare in ognuno degli internati.

Quello che è stato raccontato come testimonianza nel Diario è un momento importante della vita comunitaria del lager: qui viene istituita l’università, all’aria aperta, dietro una baracca. Seduti in circolo, si tengono corsi di storia e di letteratura da parte di studiosi di grande importanza. Si legge l’inferno di Dante come capita a Primo Levi in Se questo è un uomo. Gianrico Tedeschi, attore di teatro e di televisione, che diventerà famoso nel dopoguerra, è compagno di Giovannino nel lager e legge le poesie di poeti contemporanei, la poesia moderna: Ungaretti, Saba, Cardarelli, Rebora, quest’ultimo presente anima e corpo nella baracca. Si legge Ungaretti e Sereni, come se la poesia ritrovasse anch’essa un significato di “resistenza umana e civile”.

Il Diario Clandestino esce nel 1949 in un particolare momento storico per l’Italia. Giovannino non racconta la sua esperienza, la prima versione la accantona, meglio pubblicare ciò che lui ha condiviso con gli altri. Come Primo Levi anche Giovannino racconta dentro il lager, ma quello di Giovannino è il discorso di un umorista. In Giovannino, come in Levi, c’è volontà di testimonianza ma anche di resistenza attraverso la parola. La differenza di Giovannino è che usa chiavi umoristiche per leggere la terribile realtà dentro al filo spinato.

In questo contesto scrivere racconti e canzoni, offre a Giovannino la possibilità di non odiare nessuno, di provare pietà per se stesso e per gli altri, anche per le sue guardie, e l’umorismo resta l’unico antidoto alla violenza che uccide nella noia e nel dolore. È una testimonianza diretta, che ignora come andrà a finire, e che risente proprio di questa condizione di scrittura prigioniera, e non di riscrittura di chi si è salvato e ha urgenza di testimoniare l’orrore accaduto. Giovannino racconta in presa diretta il dramma collettivo visto con gli occhi dell’umorista che sorride inorridito della follia umana.

Giovannino Guareschi, insieme ai suoi compagni di prigionia, con il suo Diario Clandestino, è degno di essere messo accanto ai grandi scrittori europei che hanno raccontato il lager proprio per la novità del suo discorso: Primo Levi, appunto, e poi Jean Améry, Imre Kertész, Paul Celan, Tadeusz Borowski. Giovannino analizza il comportamento degli uomini, lo studia in condizioni estreme e il suo sguardo non è moralistico, ma nemmeno accondiscendente: il suo occhio è quello di un uomo con un senso profondo di umanità e di pietà umana, che ha una fede cristiana solida e non bigotta, e porterà a galla una testimonianza che è denuncia, e nello stesso tempo, supremo esempio di come si possa reagire, nel deserto della violenza e dell’orrore, con la civiltà, la poesia, la cultura e la scienza, nell’idea di un più alto umanesimo civile.

L’ultimo Giovannino, quello degli anni Sessanta, quello che vive il boom economico, è forse quello meno conosciuto. La sua parabola, dopo il carcere e le vicende giudiziarie seguite alla pubblicazione delle lettere di De Gasperi sul “Candido”, è in fase discendente. Nel 1961 “Candido” chiude e Giovannino perde il suo giornale. Nel 1962 il primo infarto. Il mondo è cambiato e Guareschi non ama quella società di automobili, lambrette, televisioni, lavatrici, pubblicità, con la politica corrotta e avida di guadagni. È cambiata anche la chiesa con il Concilio Vaticano II e Guareschi non condivide le scelte del Papa Buono: nei racconti di don Camillo il nuovo prete conciliare si chiamerà don Chichì e si contrappone ad un vecchio don Camillo che continua a dir messa in latino lontano da tutti, con i pochi affezionati fedeli. Guareschi collabora con le vignette satiriche alla “Notte” e diventa anche critico televisivo su “Oggi”. Questo Giovannino è forse quello che rivela maggiori sorprese.

Le vignette al quotidiano “La Notte” sono veri e propri corsivi politici, che fotografano la situazione politica italiana degli anni del boom economico. L’Italia del benessere economico è rappresentata nelle vignette come una vecchia acciaccata e zoppa, alla berlina di politici e affaristi senza scrupoli. In una vignetta del 24 luglio del 1964, intitolata «Un disco per l’estate» c’è l’Italia nera di botte, manganellata dal centrosinistra di Moro e sotto la didascalia con le parole di una famosa canzone estiva «“Sei diventata nera, nera, nera…” di Moro e compagni». Centinaia sono le vignette sull’inquinamento, sugli abusi di potere dei costruttori che colano cemento più o meno abusivamente lungo i litorali, la corruzione politica attraverso le bustarelle, gli sprechi dello Stato. La televisione è ormai un media diffuso in tutte le case degli italiani. In una vignetta un bambino sul seggiolone teso verso la tv succhia un disco e la mamma rivolta a un’amica esclama: «È un fenomeno. Non vuole succhiotti; succhia soltanto i dischi della Rita Pavone». Sulla moda degli sceneggiati tv, Giovannino ritrae due personaggi davanti alla statua di Giuseppe Verdi a Busseto, con una grande seggiola e Verdi diventato all’improvviso piccolissimo. Uno chiede: «Chi l’ha ridotto cosi?». E l’altro risponde: «La TV». Il titolo della vignetta, pubblicata il 15 gennaio del 1965 è piuttosto significativo: «Teleromanzi scemeggiati»

La televisione è presa di mira da Giovannino. Sempre sulla RAI c’è un «Topo Gigio epurato» il 2 giugno 1964 che sta in piedi sulla scrivania. Il funzionario Rai consiglia al pupazzo: «Per tornare alla TV non c’è che un sistema: iscriviti al PSDI».

Sulla TV che diventa una «Fabbrica di cretini» il 4 giugno 1964, due uomini alla fermata dell’autobus commentano una notizia clamorosa: «Nel barese, una ragazza si è suicidata perché sua madre non le permetteva di vedere la TV. Pensa!» E l’altro risponde: «E tu, pensa, invece, a tutte le altre povere ragazze che possono vedersela liberamente e diventare sceme».

Per il sistema economico che fa buchi, è ancora di grande attualità quella pubblicata il 19 febbraio del 1964 intitolata «Nuove prospettive»: un direttore d’azienda seduto alla scrivania confessa a un collega: «Dici d’aver trovato il sistema per diminuire i costi e rallentare la corsa all’inflazione?»

«Sì; adesso pago i fornitori soltanto con assegni a vuoto».

L’agricoltura che va male per mancanza di una programmazione seria, la partitocrazia, la corruzione dilagante, l’avidità di una classe dirigente senza scrupoli che pensa al bene personale e non a quello comune, il dilagare della pornografia, gli strali contro la democrazia cristiana e il compromesso storico con la sinistra di Moro e Fanfani, sono tutti temi che sembrano fotografare le radici dei mali dell’Italia di oggi.

Una inquietante vignetta ambientata a New York con un boss americano che parla ad un servo nero intitolata «Italia e Usa» pubblicata il 9 luglio del 1964. Dice: «Bisogna appoggiare Moro: ancora sei mesi di centro-sinistra e ci possiamo comprare, con quattro soldi, tutte le più importanti industrie italiane». Guareschi anticipa tutti gli argomenti che saranno i temi di Pier Paolo Pasolini. Guareschi denuncia attraverso la sua matita satirica la corruzione politica, la devastazione del paesaggio, il cambiamento antropologico degli italiani attraverso la televisione. Egli non ama la modernità e le sue devastazioni così come non la ama Pasolini; anticipa nelle vignette pubblicate su la “Notte” i temi e le denunce che saranno poi del Pasolini saggista e corsivista più impegnato. Con questo voglio sottolineare che negli scrittori più avveduti e impegnati letterariamente e politicamente, non importa se a destra o a sinistra, i temi come la trasformazione del paesaggio, la corruzione politica, la distruzione di una civiltà contadina per quella del consumo, l’inquinamento e pornografia, non sono solo esclusiva di Pasolini, come hanno continuamente cercato di inculcarci. Pasolini va riletto nella complessità di un sistema letterario che denunciava, forse in maniera non così drammatica, i cambiamenti epocali degli italiani. Penso ai pezzi umoristici di Marcello Marchesi, difficili da definire come genere, ma sicuramente sferzanti e acidi corrosivi verso una società in grande trasformazione: penso a opere come Essere o benessere, Dario Futile, Il meglio del peggio, che non si possono limitare ad una serie di raccolte di aforismi e battute. Penso all’opera di denuncia di Ennio Flaiano o ai corsivi di costume di Manganelli. Insomma, non c’è solo Pasolini ma anche la carica degli umoristi e degli scrittori satirici che raccontano un’Italia votata ad una deriva morale e sociale continua.

Guareschi, dunque, è uno di quegli scrittori che ci costringe a fare i conti con il nostro passato più recente. Ci costringe a ripensare la storia della nostra letteratura non più chiusa dentro il teatro, il romanzo o i racconti, ma ad una letteratura impegnata nel cinema, nella politica, nel giornalismo umoristico, nell’editoria. Guareschi, ho scritto nella mia biografia su questo scrittore, è un classico non solo del Novecento. La sua opera continuerà ad essere letta da milioni di lettori in tutto il mondo perché capace di parlare al cuore di tutti gli uomini. Un insegnamento, questo, di cui bisogna far assolutamente tesoro.



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