cosmopolis rivista di filosofia e politica
Cosmopolis menu cosmopolis rivista di filosofia e teoria politica

Spettacolo della politica e teatro di strada.
Logiche del leaderismo

Franco Riva
«I difetti del pluralismo democratico non derivano tanto
dal pluralismo o dalla democrazia
quanto piuttosto dall'incapacità delle attuali poliarchie
di raggiungere un grado elevato di democratizzazione».


(R.A. Dahl, I dilemmi della democrazia pluralista)

 

 

 

La cultura del narcisismo

 

Alla fine degli anni Settanta Christopher Lasch pubblica negli Stati Uniti un volume intitolato La cultura del narcisismo. Scorrendone l'indice si è messi di fronte a un inventario del narcisismo che non trascura in pratica nessun aspetto del vissuto collettivo: il lavoro come lo sport, l'educazione come la famiglia, i rapporti tra i sessi come i ruoli sociali, i media e la comunicazione. Se si presta attenzione alla partenza del discorso, due sono gli snodi su cui s'impianta la riflessione: una precisazione di metodo su cosa sia narcisismo; e il luogo pubblico, politico, evocato immediatamente, con preciso riferimento alla democrazia americana. La dimensione politica agisce così come un catalizzatore simbolico delle diverse e diffuse forme del narcisismo: genera e riflette al tempo stesso, come modello e come riassunto, le varie forme di narcisismo dell'esistenza collettiva.
Per narcisismo non si deve intendere quello che una certa tradizione culturale, un'abitudine moralistica anche troppo accentuata, e lo stesso linguaggio comune, sembrano di solito suggerire. Narcisismo non significa semplicemente «amore di sé», come sembra dire Erich Fromm[1], perché è «essenzialmente una difesa contro le pulsioni aggressive»; e se si equivoca la dimensione psicologica, si fraintende di conseguenza anche «quella sociale»: per un verso non si riesce più a stabilire «connessioni tra la tipica personalità narcisistica e certe costanti caratteristiche della cultura contemporanea»; e per un altro verso il narcisismo rimane pur sempre, «nell'interpretazione più approssimativa, un sinonimo di egoismo; e in quella più esatta nient'altro che una metafora che illustra quello stato mentale per cui il mondo appare come uno specchio dell'io»[2].
Né puro egoismo, né proiezione di sé sul mondo, il narcisismo evoca una griglia di rapporti dove l'altro non scompare a favore di sé, anzi, e dove tuttavia la sua presenza è vissuta come minaccia, come messa in discussione. Non semplice sovrapposizione di sé al mondo, né solo messa in mostra di sé, nel narcisismo vi è pure autodifesa e rivendicazione di ruolo e d'identità. Per quanto, negli intrecci quotidiani, la distanza che separa i due atteggiamenti può rivelarsi meno grande.
L'immagine tradizionale, Narciso che si specchia nella pozza d'acqua come nella tela di Caravaggio, non basta. Più che d'invasione e di rispecchiamento del sé nei confronti dell'altro sembra trattarsi della necessità di riflettere su se stessi di fronte ad altri. Il gioco dei riflessi allora si complica, perché lo specchio restituisce insieme la propria immagine e quella degli altri: l'immagine di un sé che risponde e che si rapporta alle visioni elaborate dagli altri; visioni degli altri che interrogano e mettono in crisi l'immagine di un sé. Azione e reazione. Il sé e l'altro si specchiano insieme nei ruoli sociali, nel gioco delle parti.

 

 

Il teatro della politica

 

Il narcisismo non è solo proiezione di sé, ma un mostrarsi di fronte ad altri che sono all'origine stessa di questo bisogno. Lo specchio esemplare del rapporto traballante con l'altro è offerto dalla scena pubblica, dalla «teatralità» del vivere insieme. Sulla scia del narcisismo, Lasch congiunge «la banalità della pseudo consapevolezza di sé» con la «teatralità della politica e dell'esistenza quotidiana». La politica democratica è subito chiamata in causa nelle sue dimensioni caratteristiche, per quanto collocate in successione l'una all'altra.
Difatti, alla «degenerazione della politica in una forma di spettacolo» e di «pubblicità» fa riscontro la riduzione della dialettica democratica, della partecipazione dal basso, del dissenso, a «teatro di strada». Con diversi riferimenti alla politica americana dell'era Kennedy e Nixon, e alle delusioni della politica di sinistra dopo il 1968, viene in luce una situazione perfettamente speculare al vertice come alla base. Al vertice, «la propaganda cerca di infondere nel pubblico un senso cronico di crisi che giustifica l'espansione del potere esecutivo e la segretezza che lo circonda» tramite il suo essere sempre «all'altezza della crisi», qualunque essa sia. Alla base il «tentativo di drammatizzare la repressione ufficiale» imprigiona, dal canto suo, «la sinistra nelle maglie di una politica fatta di teatro, di gesti drammatici» e «priva di sostanza»[3].
Anche la scena politica del narcisismo collettivo è dunque fatta da un guardarsi allo specchio mentre si è guardati, da un interrogarsi su di sé perché altri interrogano. Il gioco degli specchi diventa complesso, e lo spazio politico risponde perfettamente a questa situazione; ma non solo nel senso negativo della teatralità, e della spettacolarizzazione, che travolge tutto e tutti, Presidenti americani e movimenti di opposizione.
Sulla scena pubblica si recita, ma forse non è abbastanza chiaro davanti a chi e per che cosa. Per Lasch la spettacolarizzazione sembra essere una causa di rapporti distorti all'interno della democrazia, mentre forse è la conseguenza. Cosa spinge la politica democratica a consegnarsi al narcisismo, a far vivere in modo teatrale delle soggettività fragili proprio perché hanno bisogno di far credere, e di credere esse stesse, a un'immagine vincente del proprio ruolo? Un conto è registrare una tendenza, un altro interrogarsi.
Può anche darsi che l'insistenza eccessiva sulla spettacolarizzazione della politica, sulla teatralità della vita collettiva, risenta di qualche pregiudizio negativo. Nietzsche aveva messo in guardia sul teatrino della democrazia, s'intende in una prospettiva visceralmente avversa. Hannah Arendt, al contrario, recupera il significato positivo dello spazio-teatro pubblico, dove si è a turno attori e spettatori, dove si può esercitare in prima persona la propria facoltà di giudizio, essere uomini accanto agli altri[4].
L'accoppiata di narcisismo e teatralità funziona per portare allo scoperto delle dinamiche interattive della vita associata. Forse non spiega fino in fondo, non scioglie, un nodo di tensioni tipicamente democratico. In democrazia leadership e partecipazione interagiscono di continuo, in un senso tanto sociale quanto istituzionale.

 

 

Strategie della crisi

 

La scena americana della politica è una democrazia marcatamente presidenzialista, come quella francese. Per dettato costituzionale, la scena italiana è invece spiccatamente partecipativa, sebbene le pressioni pratiche e teoriche per reinterpretarla dal suo stesso interno, e per allinearsi a forme presidenzialiste, segnino sempre più l'ordine del giorno. Vale dunque la pena di riconsiderare, a maggior ragione, la tensione strutturale della democrazia tra decisione e partecipazione, tra leaderismo e movimentismo.
Pur con qualche ritardo nell'allineamento, anche sulla scena pubblica italiana si riscontrano forme di narcisismo e di teatralità della politica che lasciano trasparire una dissociazione galoppante tra il momento decisionale e quello partecipativo. Con una differenza. Che sulla scena italiana l'immagine del leader, per accreditarsi e per espandere le proprie prerogative, non sembra fare un ricorso così assiduo alla strategia dello stress e della crisi. Vi è anche questo, vi sono pure le campagne elettorali e mediatiche che agitano gli spettri di nemici ideologici e politici presentati in modo a dir poco folkloristico, o la messa in scena di crisi suscitate ad arte. A tutto questo si affianca però una gestione quotidiana dell'immagine della politica ufficiale che funziona come rassicurazione preventiva nei confronti dell'eventuale insorgere di una crisi qualsiasi. Per accreditare la classe dirigente si utilizza con estrema duttilità ora la strategia della crisi, ora la strategia contraria che mira a negare che una crisi qualsiasi (politica, economica, sociale) ci sia e ci possa essere nella sua effettiva gravità.
Si registra in proposito una differenza notevole rispetto alla politica americana, per come descritta da Lasch all'insegna del narcisismo: là si trattava di tenere in tensione e di agitare crisi per accreditare ed estendere le prerogative di una leadership, da quest'altra parte dell'Atlantico si preferisce non di rado la strategia rassicurante della negazione, e della soluzione preventiva, della crisi stessa. E con questo il gioco democratico tra partecipazione e responsabilità si ritrova a essere riproposto nello stesso momento in cui è bypassato fin dall'inizio, come se il rispondersi l'un l'altro del momento partecipativo e di quello decisionale si esaurisse per intero nella semplice investitura elettorale di un esecutivo qualsiasi, in una sorta di legittimità a oltranza. Forse non si tratta d'altro se non dell'ultima proiezione di un lungo e tragico schiacciamento della partecipazione in senso episodico ed elettoralistico, se è vero che Norberto Bobbio segnala tra le promesse non mantenute della democrazia proprio il maggiore coinvolgimento dei cittadini nella vita associata[5].
Operato questo perfetto e ideologico ricoprimento tra la base e il vertice, svilita cioè la maggioranza politica a mera legittimazione operativa, la necessità di evocare lo spettro della crisi rallenta. Nessuna crisi sembra esistere davvero; e gli elementi critici sono ricondotti di continuo all'equivalente di capri espiatori, che funzionano stranamente per essere sia negati che affermati, scaricandoli sui veri colpevoli: si tratti della contingenza economica mondiale, dei vincoli delle unioni politiche sovranazionali, piuttosto che dell'invecchiamento della costituzione, delle lungaggini delle dinamiche partecipative, del rapporto litigioso tra i diversi poteri dello Stato, o dell'incomprensione generalizzata (e ovviamente per lo più in malafede) dell'intelligenza delle scelte adottate. La tecnica del capro espiatorio drammatizza la stessa politica dello spettacolo innalzandola a unica, vera vittima.

 

 

Spettacolo della politica e teatri di strada

 

La convivenza democratica istituisce un dialogo serrato tra decidere e partecipare[6]. Il linguaggio pubblico corre tuttavia con troppa fretta e compiacenza verso un'interpretazione elitaria, decisionista, della responsabilità politica, e verso una concezione in fondo strumentale della partecipazione, ridotta a tecnica elettoralistica e mediatica di consenso; o, al contrario, di dissenso: come nel «teatro di strada» americano, appunto, che però non riguarda soltanto il movimentismo delle opposizioni.
Come avviene per la strategia della crisi, ora amplificata ora sminuita, anche con il teatro di strada – la piazza – il rapporto è ambiguo perché, con abile indifferenza, viene rimproverato quando si rivolge contro la maggioranza di governo, fatto salvo il farvi trionfalmente ricorso quando serve invece per esibire il consenso. La forbice americana tra la politica come spettacolo e il teatro di strada non vale più a questo proposito, ma non perché siano entrambe espressioni della teatralità della vita comune: piuttosto, perché è lo stesso soggetto politico che interpreta, secondo le circostanze e le opportunità del momento, entrambe le parti.
La politica dello spettacolo e il teatro di strada non identificano allora due soggetti politici alternativi, e diventa impossibile distinguere e ricondurre la prima alla strategia di un governo dirigista e la seconda al movimento di opposizione. Il teatro di strada del movimentismo, così come le parole e gli slogan che appartenevano un tempo all'opposizione, sono state assimilate da una politica (al vertice) che fa spettacolo recitando tutte le parti disponibili.
E così, mentre l'esecutivo può giocare di nuovo una partita doppia, tanto sul lato della politica dello spettacolo quanto su quella del teatro di strada, all'opposizione rimane ben poco per distinguersi, visto che il rivolgersi alla piazza e le stesse parole che sembravano caratterizzarla, sono state digerite e neutralizzate in anticipo dalla controparte. Il mélange che si viene a creare è inedito e spiazzante perché quasi tutti i codici sono disinnescati per contaminazione preventiva. Se questo aiuta a comprendere le evidenti difficoltà dell'opposizione, non spiega la sua ritardata insistenza su codici linguistici e comportamentali snervati, quasi che l'invenzione politica, e sia pure per finissimo plagio, si fosse ritirata sul versante opposto.

 

 

Narcisismi della decisione

 

Nella stagione globale della democrazia italiana, il momento della partecipazione e quello della responsabilità tendono a maggior ragione a dissociarsi. I rimandi incrociati del narcisismo, che si muovono tra giustificazione di sé e difesa del proprio ruolo, sono destinati a ingigantirsi.
La convivenza democratica è regolarmente sottoposta a delle controspinte talmente divaricate che, nella loro indubbia contrarietà e nella loro necessaria complicità, sono ormai prossime alla lacerazione senza potersi separare per davvero. Da un lato si registrano delle vere e proprie isterie del consenso, vale a dire la rincorsa giornaliera ai sondaggi e agli applausometri, sulla falsariga di previsioni meteorologiche da cui far dipendere ogni singola scelta. Da un altro lato si osserva un rapido e quasi impercettibile slittamento del momento decisionale, della responsabilità, verso altre parole che, passate come equivalenti, ne variano intenzionalmente il significato. Da quest'altro punto di vista, il consenso che prima era invocato con ansia ora è snobbato.
Perfino un termine come responsabilità è poco amato e poco frequentato dal linguaggio pubblico; e tende a essere intenzionalmente sostituito con leadership, premier, esecutivo. Non è la stessa cosa. Essere responsabili significa rispondere d'altri. Pur di fronte ad altri, i suoi sostituti continuano viceversa a proiettare un'unica immagine. E in questo senso si può parlare di un narcisismo della decisione.
Anche quando si fa ricorso alla responsabilità ci si continua a riferire soprattutto o al suo significato giuridico, come imputabilità di un'azione precisa, ad esempio nel caso si tratti degli ennesimi scandali e delle vicende giudiziarie, o al suo significato politico democratico, con una sorta di sovrapposizione quasi perfetta rispetto ai giochi di ruolo della politica. L'improvvisa fortuna del termine quando il termometro sale, i governi sembrano traballare, e si tratta di decidere della loro sopravvivenza o del loro consolidamento, diventa in merito sintomatica. In questi casi si esibisce volentieri l'elenco dei buoni e dei cattivi della responsabilità, con qualche equilibristico distinguo da una parte e dall'altra. Vero che si hanno di fronte a sé gli elettori, che si evoca il loro mandato, il senso di dovere nei confronti del paese, lo stesso bene comune, ma la responsabilità è detta in un senso sostanzialmente tautologico: non fa che ripetere il riferimento a se stessi da parte dell'esecutivo e della sua maggioranza; o, per buona misura, di qualche opposizione. I destinatari della responsabilità rischiano di non essere nient'altro se non delle comparse che accompagnano come sfondo le prove generali di una conferma probabile, o di una smentita più improbabile, della politica stessa.
La responsabilità democratica si rivolge a coloro che l'hanno affidata per un progetto collettivo di vita, sempre a termine e a ben precise condizioni. Non è concepibile senza un rispondere costante e trasparente di ciò che si fa di fronte ad altri. Con le sue revisioni dirigistiche prevale al contrario l'idea dell'investitura e della legittimità svincolate, a favore di un'operatività che non ha più nessun termine di confronto se non quel consenso che, per un verso, si cerca di continuo e che, per un altro verso, si vuole dato una volta per tutte.

 

 

La scena dell'assurdo. Esiti surreali

 

Il fatto che alla responsabilità democratica subentrino intenzionalmente degli apparenti sinonimi documenta che, in democrazia, le dimensioni correlate del partecipare e del decidere non possono comunque evitare di confrontarsi. Siccome la scelta democratica non è (non sembra) direttamente in questione, prevale gioco forza la tendenza a riscrivere dall'interno i loro significati, provocando di continuo implosioni e microfratture: si sovraccarica il momento della responsabilità in senso leaderistico, a scapito di una partecipazione contenuta funzionalmente nella costruzione tecnica di un consenso numerico. Il narcisismo così si raddoppia: sul lato dello spettacolo della politica, e su quello del teatro di strada.
Una simile interpretazione del consenso democratico, d'altra parte, richiama alla lontana scenari di piazze che non si saprebbe bene come definire, se un po' più totalitarie o populiste; e sfrutta la legittimità e la forza della maggioranza producendo delle conseguenze devastanti. Si fa coincidere una maggioranza numerica con l'avere automaticamente e anticipatamente ragione; per quanto altra cosa sia il dovere e la legittimità di governare, e di farlo con la maggiore efficacia possibile, altra cosa declassare invece il rendere ragione a un'opera di convincimento.
La coincidenza tra maggioranza e ragione disimpegna dall'onere, e dalla passione, di giustificare, discutere, verificare razionalmente in pubblico le scelte prese in nome di tutti, per il bene comune. E rende incerta la fedeltà alla parola spesa, che si predispone così a mutare continuamente se stessa e i propri argomenti con eccessiva disinvoltura. A proposito della parola il narcisismo si fa parossistico: rivolta agli altri non fa che parlare di se stessi; mentre il parlare di se stessi finge (teatralmente) di rivolgersi agli altri. Il discorso può permettersi un perenne doppio gioco, dove l'immagine di sé e quella degli altri si fronteggiano continuamente e inutilmente.
Tra partecipazione e responsabilità, tra dialettica democratica e momento della decisione, la situazione diventa infine surreale perché, nel costante e doppio riflesso tra politica dello spettacolo e teatro di strada che non si distinguono più, che reduplicano ossessivamente la stessa immagine talora confondendosi talaltra articolandosi, la politica s'identifica con la piazza, e la piazza con la politica. Reale, mediatica o virtuale che sia (e di nuovo con tutti i riflessi possibili) non conta davvero poi molto.

E-mail:



[1] E. FROMM, Il cuore dell'uomo. La sua disposizione al bene e al male (1964), Carabba, Roma 1964.
[2] C. LASCH, La cultura del narcisismo (1979), Bompiani, Milano 1999, p. 45.
[3] Ivi, pp. 92 ss., 96 ss.
[4] H. ARENDT, Vita activa. La condizione umana (1958), Bompiani, Milano 1991, pp. 127 ss.
[5] N. BOBBIO, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino 1995.
[6] F. RIVA, Partecipazione e responsabilità. Un binomio vitale per la democrazia, Città Aperta Edizioni, Troina (En) 2007.

torna su