Nell'anno che celebra il centenario della nascita del fondatore della mass mediologia moderna, l'uomo che ha creato l'industria che sfama chi analizza e osserva il sistema della comunicazione, sarebbe forse il caso di ricordare e stupirsi dell'aforisma più preveggente, fra i moltissimi, forgiati dallo scienziato canadese, che annuncia l'era dei post mediatori.
L'intuizione di McLuhan, che seguiva il suo ragionamento sulle nuove protesi mediali che davano più potenza agli individui, coglieva il senso del tempo che stava per venire: il peer to peer come modello di produzione dell'inteso sistema comunicativo, prima, e dell'intera attività manifatturiera poi.
Una svolta che riprendeva un atavico cammino che alle nostre spalle, ormai almeno 8 millenni fa, fu bruscamente interrotto dall'urbanizzazione dell'uomo nei primi aggregati comunitari.
Come ci spiega la sociologa della globalizzazione metropolitana Saskia Sassen, il sorgere delle prime aree urbanizzate, dove gli uomini cominciarono a vivere in comunità, impose le forme di primordiale gerarchizzazione della vita sociale, basate, fin dal loro configurarsi, sul diverso livello di accesso alle informazioni.
Da allora le distanze fra gruppi, individui, territori, e culture aumentarono fino ad assumere uno status giuridico documentabile e riconosciuto, con la storia che studiamo a scuola: Mesopotamia, Egitto, Grecia, Roma medioevo, età moderna. Quello che studiamo è in effetti la storia della mediazione, o meglio ancora, la storia scritta dai mediatori.
Uno dei tornanti lo possiamo collocare nell'XI secolo, quando a Chartres, il filoso Bernardo sintetizza lo spirito del suo tempo con la famosissima espressione: saliamo tutti sulle spalle dei giganti per guardare più lontano.
Bernardo vive e lavora in una delle cattedrali della cultura di quel tempo: l'abbazia di Chartres è una delle fabbriche del sapere, dove si copiano almeno 50 libri all'anno, e lui li legge, o comunque, li controlla tutti. Bernardo è il mediatore della sua epoca, che indicizza, selezione e distribuisce i saperi. Le sue spalle sono la piattaforma tecnologica che consente ai suoi contemporanei di avere risposte e soluzioni validate.
Ma proprio in quella fase, quando venivano celebrati i fasti della più aristocratica mediazione culturale, prende avvio il processo di disintermediazione che giunge fino a noi. Infatti esattamente attorno a Bernardo si realizza quello che Ivan Illich, uno straordinario pedagogo e severo critico della modernità, descrive come il primo passaggio da un media verticale, la pergamena, ad uno orizzontale, i libri copiati. Il libro infatti, spiega Illich ne La vigna del Testo[1], innesta quel processo di privatizzazione del sapere che contribuirà alla nascita della borghesia e alla demolizione del potere imperiale, con uno spostamento radicale di potere dagli apparati centrali all'individuo.
La concatenazione dei grandi eventi della comunicazione - dall'avvento delle città stato, alle imprese di navigazione transatlantiche, alla formazione di stati e religioni nazionali, fino a Guttemberg scandisce le tappe di un altalenante conflitto, dove fasi di nuova intermediazione autoritaria, alternano a fasi di orizzontalizzazione dei processi relazionali.
Il passaggio nodale, che sancisce il soppravvento del modello verticale è l'industrializzazione meccanica, dell'inizio del XIX secolo, con, in particolare, la torsione fordista, che trasforma la verticalizzazione in un metodo scientifico e redditizio.
Diceva Henry Ford che se avesse dato retta ai suoi possibili clienti, questi gli avrebbero chiesto un cavallo più veloce e non un salto di paradigma tecnologico nella storia del trasporto, come è stata l'automobile con il motore a scoppio.
Proprio la supremazia della figura dell'imprenditore industriale rispetto ad una platea di consumatori passivi e "impressionabili", è stato il tratto dominante della più recente storia economica e sociale del mondo che ci circonda.
Come spesso si dice, infatti, i produttori sono le figure che vinsero il confronto con gli altri soggetti del mercato, nella prima rivoluzione industriale.
Una rivoluzione che diede vita ad un modello comportamentale e organizzativo formattato proprio sul profilo della figura vincente: autocratico, verticale, esclusivo.
Il fordismo è stata la cultura della verticalità delle relazioni e dell'unilateralità dell'offerta. Una stagione, durata più o meno un secolo, che ha visto un unico protagonismo, quello appunto di chi aveva le chiavi della fabbrica, un'unica subalternità, quella di coloro che acquistavano o usavano prodotti e servizi realizzati e distribuiti a loro insaputa.
Dalla fabbrica il modello fordista ha tracimato in ogni ambito della vita sociale: nel campo dell'organizzazione statale, con le forme di governo delegato; nell'ambito delle professioni liberali, con le centralità delle figure dei competenti in legge, medicina, ecc; nel campo della fornitura di energia, con i modelli centralizzati legati alle fonti fossili; nel campo della comunicazione, con gli apparati informativi - le redazioni - organizzati sulla falsariga delle fabbriche, secondo un modello altamente parcellizzato.
Paradossalmente il Fordismo, questa è in sostanza la tesi che vorrei sostenere, fu una forzatura e una distorsione, che deviò il corso degli eventi, impedendo la ripresa di un percorso naturalmente basato su un cooperazione orizzontale e paritaria, che già informava le antiche società medioevali, basate su un artigianato open source.
Oggi la rete, la cultura del social network, non è altro se non la ripresa di quel percorso dell'abilità e dell'artigianalità dell'individuo, interrotto, e distorto, dalla parentesi fordista. Un ricongiungersi alla cultura, sospesa e distorta dalla violenta sovrapposizione della potenza industriale verticale, che nel XIX secolo, come spiega Richard Sennet nel suo saggio L'Uomo artigiano[2] rompe l'unità testa/mano nell'agire produttivo dell'uomo. Il capitalismo fordista, imponendo il paradigma verticale dell'intensità della produzione di massa - la catena di montaggio - cancella la considerazione sociale per le produzioni personalizzate, per le forme di artigianato dove si ricomponeva, appunto, la funzione testa/mano che aveva sostenuto la cultura greca delle città libere, dove la base di massa del protagonismo civile delle comunità elleniche era proprio l'unità fra l'intellettuale e il trasformatore della materia prima. È Platone che ci ricorda che il significato del verbo greco poiein, da cui deriva il termine poesia, è proprio il fare. Meglio ancora, ad unire intellettuali ed artigiani, dice ancora Platone, è proprio la comune attitudine a procedere "da ciò che non è a ciò che è".
In questo ragionamento è la fabbrica ad essere stata una parentesi in una lunga narrazione dell'artigianato. Parentesi che oggi ci appare del tutto conclusa.
Questo è il filo rosso che lega la lunga evoluzione sociale dell'umanità. E che oggi ci riporta, concludendo appunto la parentesi socialista, e con essa anche quella liberista del capitalismo, ad una nuova economia dei beni comuni, del cosiddetto Commonwealth, come sostengono nella loro trilogia Antonio Negri e Michael Hardt[3] quando affermano, tra l'altro: «Le forme di produzione che operano in rete, anche se non sono direttamente incorporate in sofisticate tecnologie informatiche, hanno bisogno di libertà di accesso al Comune. I contenuti della produzione-le idee,le immagini gli affetti-sono riprodotti sempre più facilmente, e così tendono a diventare comuni»[4].
Se ci atteniamo a quest'approccio, la spettacolare pervasività della rete, che in pochi anni ha avvolto ogni nostro atto, appare così del tutto naturale. Si tratta di un eterno ritorno, una sorta di dejavù socio-economico, una rielaborazione di un istinto antropologico primario, e non più come l'inspiegabile e sorprendente irruzione di un prodigium, di una discontinuità, di uno strappo, di un'innovazione traumatica che muta caratteri fondativi della nostra convivenza.
La constatazione che qualcosa di profondamente connaturato alla natura umana è nuovamente affiorato lo ritroviamo nella ricerca che l'anno scorso l'Harward Business Review, la bibbia del capitalismo moderno, ha dedicato appunto al modo in cui si produce ricchezza oggi sul pianeta. Una ricerca che ha analizzato, da vicino, le più diverse tipologie di produzione e di distribuzione, modi e sistemi con i quali oggi nel mondo si sviluppa la ricchezza. E la sintesi conclusiva di questa analisi è stata la constatazione, appunto, che «oggi per le imprese contemporanee i clienti sono molto più importanti degli azionisti nel definire caratteri e prospettive dell'azienda».
Si tratta della proclamazione che il terzo millennio si apre all'insegno della rivincita dei consumatori rispetto ai produttori, rovesciando così il paradigma sociale su cui si era improntata tutta la nostra cultura economica.
La rete, come spiega Tim Bernard-Lee, il padre del web, «è un'innovazione sociale e non tecnologica».
Essa prende forma parallelamente al declino dell'industrialismo fordista, e sopratutto colma il buco nero che si determina con il disfarsi della cultura di massa, frutto della triade: lavoro di massa, consumi di massa, media di massa.
Proprio Zygmunt Bauman, forse il più metodico osservatore del tornante tecno-sociale che stiamo attraversando, indica nella sostituzione del lavoro di massa con una miriade di funzioni e attività che tende sempre di più a distanziarsi dall'idea stessa di produzione materiale, che si avvia sul finale degli anni 70 del secolo scorso, e giunge fino a noi sulla spinta di una poderosa mutazione individualista, come suona l'ultimo libro di Giovanni Gozzini[5] che giustamente interpreta la crisi della televisione generalista alla luce di una scomposizione di comportamenti e domande da parte della platea degli utenti.
Proprio la comunicazione, e più ancora la gamma di attività del comparto giornalistico informativo, ci aiuta a meglio decifrare il fenomeno, ampliando la portata dei singoli segmenti della nuova fase.
Infatti, se all'inizio del secolo scorso, come abbiamo visto, Ford simboleggia la filosofia che anima la nuova organizzazione sociale basata sul primato dell'imprenditore, affermando che se avesse ascoltato i suoi clienti non avrebbe mai pensato all'auto, Dan Gilmore, uno dei primi grandi giornalisti digitali, già nel 1999, affermava sul "New York Times": «i miei lettori ormai ne sanno più di me».
È questa banale, ma sconvolgente affermazione, fatta da un tipico mediatore, che annulla duemila anni di primato dello scrivente, rispetto al lettore.
Se la rottura della bolla fordista, con i suoi comportamenti di massa, libera un nuovo protagonista - l'individuo consapevole e informato - allora comprendiamo che la rete sia la prima risposta a questa domanda: io ho accesso e dunque so.
Da questo momento, si innesta un nuovo processo, basato sul concorso, gratuito e volontario, delle intelligenze connettive, come dice Derrik De Kerchove, che determinano uno straordinario accumulo di saperi e competenze disponibili.
La disintermediazione ne è la conseguenza più immediata e funzionale.
Infatti l'orizzontalizzazione delle funzioni non è più prevalentemente un valore culturale, un significato positivo, quanto un fattore abilitante allo sviluppo: vince tutto ciò che è orizzontale, perde tutto ciò che è verticale.
Nella gestione degli apparati statali, che hanno ormai costi insopportabili, la sussidiarietà è il linguaggio dell'orizzontalizzazione.
Sul mercato dell'energia, l'uso di fonti rinnovabili, autogestibili e programmabili, è la risposta al verticismo di petrolio e carbone.
Nelle relazioni culturali la negoziazione dei saperi con gli specialisti - insegnanti, medici, avvocati, ecc - è il risultato della riduzione delle distanze culturali.
Nel giornalismo la co-produzione della notizia è ormai la soluzione alla crisi dell'oggetto semantico giornale.
La macchina giornale, come tutti gli apparati dei secoli scorsi, è stata disegnata, lo abbiamo visto, sullo schema di una catena di montaggio. Dove le modalità temporali, almeno 24 ore per produrre, e culturali, il primato della figura del giornalista come centro e coordinamento delle informazioni, autorizzava un primato che andava organizzato e venduto: il disvelamento delle notizie.
Persuasiva mi è apparsa la metafora che racconto nel libro Sono le news, bellezza! Vincitori e vinti nella guerra della velocità digitale[6]. Si tratta del cosiddetto aforisma di Thomas Huxley, un notissimo naturalista darwiniano del XIX secolo, che afferma che se un numero illimitato di scimmie avesse a disposizione un numero illimitato di macchine da scrivere, da qualche parte, prima o poi, verrebbe fuori un capolavoro letterario. Andrew Keen, un acuto esperto digitale, aggiunge che se oggi queste scimmie fossero anche connesse fra loro, allora l'eventualità dei capolavori si moltiplicherebbe esponenzialmente.
Connettività e serialità sono oggi, nel tempo dell'abbondanza, i due fattori abilitanti che stanno smantellando il ruolo dei mediatori.
I dati che snocciola la rete sono di per sé esaustivi circa il fatto che nulla di queste condizioni permane: né il primato del giornalista, né la funzionalità della redazione, né l'efficienza dell'apparato editoriale e né, soprattutto, il disorientamento del lettore.
Un solo numero su tutti: negli ultimi tre anni sono stati prodotti in digitale il doppio della scrittura accumulata nei due mila precedenti.
In quest'ambiente segnato dall'abbondanza, decide chi ascolta e non più chi parla. Questa è la legge che disintermedia il mercato.
Il blando tentativo di rallentare l'eclissi, con un'offerta pay del prodotto news da parte delle testate sta naufragando di fronte ai nuovi codici comportamentali dei cosiddetti nativi digitali.
A questo punto c'è da riflettere su una possibilità: l'informazione non è più un mestiere ma una tipologia di relazione interpersonale. Cambia cioè il paradigma culturale dell'atto di informare: non è più uno scambio fra chi ha e chi non ha, ma una negoziazione continua fra chi ha un frammento. L'infrastruttura distributiva, questo vale anche per l'editoria libraria con l'eBook, diventa un centro servizi che assiste la negoziazione e non più un brokeraggio esclusivo che fornisce il bene.
A questo punto non è più il caso di chiedersi quando sarà stampata l'ultima copia del "New York Times".
Piuttosto bisogna capire quando le scimmie riusciranno anche a scrivere poesie.
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