Per compensare il 'dispendio' intellettuale di questa particolare sezione (eccezionalmente riservata alla musica "contemporanea" in Italia) Cosmopolis ha voluto evocare il potenziale creativo di Stefano Bollani, la carica giocosamente eversiva del suo "fare musica"; senza volerlo intendere, per questo, outsider del tutto acritico o laterale. È la sua stessa vicenda biografica a confermarlo: dopo una formazione accademica istituzionale (diploma di pianoforte al Conservatorio di Firenze) e una breve parentesi pop in qualità di 'turnista', Bollani, incoraggiato dal trombettista jazz Enrico Rava, ha tentato un percorso solistico molto personale. Musicista eclettico, è riuscito a improntare la sua visione ludica del fatto musicale in una contaminazione senza limiti, disponendosi più volte allo sconfinamento di generi e media. Nel 2006 pubblica La sindrome di Brontolo (Baldini & Castoldi Dalai), romanzo ispirato al surrealismo "non dogmatico" di Raymond Queneau (già riferimento per Les fleures bleues, «omaggio» discografico del 2002); le sue frequentazioni radio-televisive sono assidue, il suo 'personaggio' ha persino ottenuto il pregio di una caratterizzazione fumettistica (nel settimanale Topolino, di cui è stato nominato ambasciatore). Una certa vena "neo-dada", insomma, continua a nutrire il solido jazzismo del pianista milanese (con riferimenti a Oscar Peterson e Art Tatum), innestando elementi di teatralità nel suo concertismo e più in generale nel rapporto col suo pubblico.
(Guido Alici)
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«Il problema, oggi, è che si sceglie uno stile - sia pur preciso, come il minimalismo o l'atonale - solo perché non si sa fare altro. È un dubbio, questo, che nutro nei confronti di molti compositori "contemporanei", come pure di molti jazzisti; mi convince solo chi sa farmi sentire che la sua musica è una scelta». In effetti non è difficile avvertire un certo velleitarismo - e una certa "afasia" - nelle composizioni di oggi, a volte anche fra gli autori più giovani. Senza calcolare l'imperizia. «Le basi sono fondamentali» (in riferimento alla propria educazione accademica nel conservatorio fiorentino): la "rottura" con la Tradizione poteva aver senso in certi anni. adesso basta, adesso bisogna ricomporre i 'cocci'; l'atonale fa semplicemente parte della storia della musica».
Alla "Domanda Fondamentale" che sottende questa sezione (una riflessione, fra 'poietica' ed 'estesica', sulla condizione della musica "contemporanea" italiana), Bollani oppone immediatamente un'obiezione terminologica di fondo. «Bisogna trovare un nome, qualcosa di diverso. Stockhausen è morto». (Si pensi al celebre articolo di Pierre Boulez, Schönberg est mort!, del 1952). «Questa definizione non vuol dire nulla: io faccio jazz; io, oggi, faccio musica contemporanea. Non sono vissuto cento anni fa. Se il termine indica un'attualità biografica, anche un cantautore fa musica contemporanea; se invece vuole suggerire una musica capace di rappresentare il proprio tempo, allora mi sembra risibile affermare che nel 2009 sono i compositori "contemporanei" a rappresentarlo. Molti di loro mi coinvolgono, hanno delle "idee"; nella maggior parte, però, sono lontani dall'intercettare la realtà di oggi. Ieri era l'Hip pop, oggi chissà...». Occorre quindi parlare di "musiche" al plurale? Bisogna necessariamente conservare un'originale "separazione delle carriere"? Come mai la musica - se così è lecito dire - ha sofferto una malattia maggiore? «Io penso che l'Arte e la Letteratura "contemporanee" mantengano meglio il passo della realtà, precedendola pure (secondo l'accezione corretta di Avanguardia), anticipandola profeticamente attraverso segni ora indecifrabili; la musica "contemporanea" invece - tranne il caso di alcuni autori più 'curiosi' - si pregiudica il beneficio di certe esperienze, come ad esempio la storia del Rock o del Jazz e la loro "sociologia"; il modo in cui il pubblico ha cambiato l'ascolto. Il compositore "contemporaneo" si immagina un pubblico idealizzato, esistito solo per una limitata porzione di storia. Oggi, come dice Barenboim nel suo libro[1], la musica è dappertutto: ascolti la Quarta di Mahler addirittura in ascensore; ma poi, se l'ascolti in teatro, devi per forza stare in silenzio: perché?». (Di pubblico e applausi, fra l'altro, si parla anche nell'intervista a Lorenzo Ferrero). «Ecco: bisogna fare i conti con tutto questo. Manteniamo pure le "differenze". ma il termine "contemporanea" mi sembra fin troppo ambizioso».
E il Jazz? È ancora valida la categoria "musica extra-colta" (un'etichetta fittizia sotto cui annoverare molte altre espressioni artistiche)? «Ciò che ci salva, ciò che salva noi jazzisti, è proprio l'Improvvisazione: una qualità» - quasi un investimento - «che ci definisce inequivocabilmente. Dico forse qualcosa di incomprensibile - o addirittura di contraddittorio - che però vivo in prima persona (e credo molti musicisti a loro volta vivano, senza avere il coraggio di dirlo): una volta, ascoltando in radio Jörg Demus suonare Debussy, pensando che quella musica fosse jazz e il suo interprete un jazzista sconosciuto, ho scoperto che si può recitare la specie di monologo che è la partitura come se ogni nota venisse scelta lì al momento. Come avviene per le parole dell'attore, come dovrebbe essere il compito dell'interprete in generale. Se un attore, infatti, dovesse recitare Shakespeare dando l'impressione di leggere un testo già scritto, sarebbe inaccettabile. Spesso, così, i musicisti classici cercano programmaticamente di annullarsi nella pagina, conferendo un'importanza esagerata alla forma; ma la forma si può inventare pure "sul momento", come fanno i jazzisti. E comunque Bach, Schubert, Paganini o Liszt "improvvisavano": perché oggi non si dovrebbe far più?» Viene fatto di pensare a una celebre definizione della prassi compositiva, coniata da Arnold Schönberg, il quale concepiva la scrittura musicale come «improvvisazione lenta»; oppure a Davide Sparti, autore di due felicissime pubblicazioni sul Jazz: «L'improvvisazione è data dal grado con cui composizione ed esecuzione convergono nel tempo». «A questo punto posso arrivare a una contraddizione: se da una parte gradisco il musicista classico che suona Debussy dandomi l'impressione di improvvisare, dall'altra di un bravo jazzista dico - e diciamo tutti - "oh, ha fatto un 'solo' così bello che sembrava scritto!". Una contraddizione irrisolta, per me. Con ogni probabilità tendo a far convergere le due cose, composizione istantanea e improvvisazione. Mi piacerebbe - perché no?! - non si capisse mai se uno strumentista stia improvvisando oppure no. Ma ammetto pure quanto sia difficile che ciò avvenga».
È forse questa l'opportunità 'vascolare' che il jazz offre alle sclerotizzazioni della classica (sia essa "contemporanea" o meno): recupero del "momento" esecutivo, il piacere ineliminabile di 'fare' musica; una certa, sana irriverenza. «Mentre "noi" dalla classica abbiamo imparato molte cose (o le stiamo imparando): la cura del suono, ad esempio, l'uso di alcune risorse strumentali» e poi - verrebbe da dire - una nuova coscienza tecnico-armonica, un'alfabetizzazione notazionale diffusa, una rinnovata consapevolezza formale. «Un interscambio gradito, quindi, ma forse non del tutto alla pari: i compositori "contemporanei" - per fare un altro esempio - fanno un uso del tutto inefficace, depotenziato, di alcune risorse del Rock come la chitarra elettrica. Senza trarne il dovuto beneficio energetico». D'altronde gli eccessi nell'uno e nell'altro senso abbondano: da una parte un fanatismo teoretico all'insegna del feticismo grafico, dell'Augenmusik; dall'altra un certo dilettantismo da apprendista stregone, un relativismo troppo spesso preda dell'entusiasmo estemporaneo - mistico e oscurantista a un tempo - per definire il grado cosmico di ispirazione. (Basti pensare a come certi cantautori giustificano i propri casuali 'ritrovati' armonici). «Ma la scrittura, nell'epoca della registrazione sonora» - del disco, dell'iPod - «è semplicemente un modo. La musica è quella che senti, non la pagina che la permette. Si pensa che una Sonata di Beethoven sia lo spartito su cui è scritta. non è così! La Sonata di Beethoven esiste quando la suoni. E difatti esiste una musica che nessuno ha mai scritto (come il Canto popolare, ad esempio) incisa solo su disco, ma che di fatto "è". Ripeto: la Scrittura è un modo, non è la Musica. E questo principio vale anche per l'Educazione musicale: imparo prima la parola e solo in un secondo momento la scrittura che la rappresenta; così si dica della 'parola' musicale». Ma la musica occidentale - com'è noto - si è pure nutrita di Teoria, lungo i secoli: dall'Harmonia Mundi, la "musica mundana" di derivazione pitagorica (concetto certo modo imperante - e frainteso - per tutto il medioevo fino a Età moderna), al Quadrivium, alla polifonia fiamminga (i "giochi" crittografici, come gli acrostici o i calligrammi in Letteratura, che pure per l'àmbito Musicale hanno fatto la loro ricomparsa in epoca di Crisi); per arrivare infine alla sperimentazione scientifica, che dal '500 in poi ha permesso la codificazione di un sistema fisico di cui tutti - inclusi i jazzisti - ancora usufruiscono. «La musica contemporanea» (e ciò grazie a un livello culturale felicemente recuperato, nel '900) «tende a esplicitare i suoi procedimenti creativi spiegandoli, manifestandoli, come se il puro suono non bastasse; tende a palesare le strutture, gli accorgimenti (siano essi gli apparati informatici per la musica elettronica, o i riferimenti culturali - come ad esempio l'I-Ching - per quella aleatoria); insomma: ci tiene a farti sapere come ha lavorato. Procedimento intellettuale, cólto, che è pure interessantissimo; ma che poi determina un abbassamento del livello di interesse per l'evento sonoro in sé. (Come dire: "ascoltate pure questa musica, ma non potete capirla se non avete il coté filosofico-letterario adeguato..."). Attenzione: spesso ai filosofi e ai letterati - e parlo soprattutto dell'Italia - non è mai interessato granché della musica. (Penso a scrittori come Pavese, Pratolini, Vittorini, Sciascia; laddove in Francia, per fare un esempio, le avanguardie letterarie intrattenevano rapporti fecondi con la musica - un binomio su tutti: Surrealismo e "Gruppo dei Sei", Breton e Cocteau...). In altri paesi la musica cosiddetta contemporanea è più attaccata alla società perché va di pari passo con le altre arti; in Italia molto meno. Si è voluto restaurare questo rapporto in tempi più recenti; ma ho il sospetto - forse errato - che sia stato soprattutto Berio ad aver bisogno di Eco o di Calvino. Non viceversa».
In una recente intervista promozionale, parlando di sé in prima persona («l'ego smisurato dei jazzisti!»), parlando del proprio stile, della propria prassi creativa, afferma: «Anche quando improvviso costruisco sempre delle gabbie (delle reti di protezione). Il musicista Bollani cerca di evadere dalle gabbie che Bollani il compositore prepara». C'è dunque, al fondo, una ri-flessione "artistica" ineliminabile, irrinunciabile anche per il campo culturale del Jazz. «Non riesco a fare a meno del senso della scrittura: sono cresciuto studiando la musica classica. Ma mi sono formato ascoltando anche canzonette. Ragiono sempre in termini di strutture; non è detto siano chiare per l'ascoltatore, ma sono chiare per me. Non mi interessa però di raccontarle (come fanno appunto i compositori contemporanei): a me interessa l'effetto. È una gabbia, un 'argomento' (sia esso una tonalità, un tipo di suono, un tempo) che serve a me e a me solo. Sento dire di jazzisti che improvvisano senza rete; ma lo stesso Keith Jarrett, non volendo, pratica delle forme piuttosto evidenti» (avendo recuperato pure - in tempi più recenti - la letteratura pianistica "classica" di Bach o Shostakovich). «La storia del jazz, poi, passa anche per il "collettivo", l'orchestra, la Big Band; ma una certa 'mistica' del genio individuale (si pensi a certe mitiche "biografie" di grandi solisti, come Miles Davis, Chet Baker, Sonny Rollins) è inalienabile dalla sua storia. A parte questo, c'è un mondo di jazz che si confronta con altre tematiche, piuttosto che col mero virtuosismo; un mondo che si interroga e dibatte, ma che è esistito da sempre. Già dagli anni '50. Stan Kenton, Bill Russo: compositori molto ambiziosi per quell'epoca».
E come si coniuga la cultura del Jazz - in certi casi l'impegno morale vero e proprio - con le esigenze del Mercato? (Come ci ricorda anche Sparti, considerando quest'espressione artistica come la testimonianza storica di un segmento minoritario - quando non emarginato - della società). «Ma un "mercato" del Jazz non esiste, in realtà. Posso assicurarlo. Esiste ora, in Italia, un "mercato" dei concerti, nel senso in cui pochi musicisti più affermati si contendono il favore di un pubblico più ampio. Ma raramente si è fatto i conti con un mercato vero e proprio; quando li ha fatti, quella era una versione talmente edulcorata del Jazz da non farsi troppi scrupoli al riguardo. Il Jazz, in fin dei conti, è questa musica non abbastanza 'cólta' e neanche abbastanza 'popolare'. Ed è per questo che a me piace, perché non vive il dilemma del rapporto col Successo, né la divora un'ansia da prestazione. Spesso non cela idee brillanti dietro di sé o vette di perfezione formale. Vive del momento, questo è il punto. Del divertimento, dell'energia». Vive del gioco. Altro 'oggetto smarrito' dalla musica "contemporanea" (autoindottasi a contemplarlo, casomai, come ludus rationis o divertissement; una specie di enigmistica fredda per iniziati). «Poi magari registriamo dei dischi, che diventano "fotografie di quel momento"; ma ci consumiamo soprattutto nel momento della performance. Un'arte del '900 per eccellenza, la nostra. Che compendia il feeling, l'energia, il piacere, la contemporaneità» - l'interazione interpersonale, il linguaggio non-verbale, la fisiologia - «permettendo di godere dell'artista al momento stesso in cui crea. Evento raro, che forse solo l'action painting può eguagliare».
"To play", "Jouer": suonare, giocare, recitare. L'Italiano non riserva al lemma "suonare" altrettanta molteplicità di senso; segno, secondo Bollani, che la musica nel nostro Paese è presa "dannatamente" sul serio. Ma l'educazione musicale lo è altrettanto? «No, non c'è proprio! Non è né gioco né nulla: non è un gioco, perché suonare il 'flautino dolce' alle Medie non è divertente.». Consigli per gli acquisti? «Cominciare a farla. Poi si potrebbe discutere "come": sediàmoci attorno a un tavolo, parliàmone».
Ma sempre improvvisando, metafora altissima del vivere. E del Movimento.
Intervista effettuata il 16 aprile 2009